buonanotte (di Mario Schiani)

L’ultimo pensiero prima di spegnere la luce. O il primo dopo averla spenta
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Dialogo

Mag 16 2012

SOCRATE: Ti vedo cupo, o Menone. E il tuo passo è stanco. Qualcosa ti turba?

MENONE: Come puoi chiedere se qualcosa mi turba, o Socrate? Non vedi in che pasticcio ci siamo ficcati? Il primo ministro non è riuscito a formare un governo - mannaggia alla democrazia e a chi l’ha inventata -, la Borsa di Atene crolla, quella maledetta barbara - come si chiama? Angela Merkel - sta per buttarci fuori dall’eurozona, lo spread è stratosferico e tu vai in giro a chiedere agli onesti cittadini che cosa li turba? Mi prendi forse per i fondelli?

SOCRATE: Non ti irritare, Menone, e segui il mio ragionamento. Per prima cosa, non puoi arrabbiarti con chi ha inventato la democrazia, perché siamo stati proprio noi greci. Lamentarsene adesso significa fare una cosa che tra molti secoli verrà chiamata autogol. Inoltre, rilassati: le cose che tu hai nominato non esistono, inutile preoccuparsi per cose che non esistono.

MENONE: Come sarebbe, non esistono? Non esistono i partiti? E l’eurozona non esiste? E lo spread? E la Borsa?

SOCRATE: Non esiste neppure la Merkel, se è per questo.

MENONE: Provalo!

SOCRATE: Un giorno in cui ero particolarmente in forma, dimostrai quanto sia assurdo per gli uomini temere la morte. Ricordi?

MENONE: Sì.

SOCRATE: Ebbene, ti pare che lo spread, o il crollo della Borsa, possano essere peggio della morte?

MENONE: Ora che ci penso, direi di no.

SOCRATE: Vedi allora, Menone, che non hai nulla da temere. Vai ora, e il mio pensiero ti sia di conforto. Insieme ad alcuni lingotti d’oro che, dai retta, vorrai nascondere sotto al letto. Filosofi sì, Menone: mica scemi.

Il terrorista tronista

Mag 15 2012

«Non consideriamo un referente i cittadini indignati per qualche malfunzionamento di un sistema di cui vogliono continuare a essere parte. Scambiare rabbia e indignazione per un processo di rivolta allo status quo è segno di una pericolosa miopia rivoluzionaria. Fa invischiare compagni/e anche generosi nella coltivazione di un orticello di democratico dissenso, con le sue piccole cricche e consorterie i suoi politicanti in sedicesimo, le generosità che si trasforma in assistenzialismo...».

Chi ha scritto quanto sopra? Semplice, l’estensore del comunicato con cui il "Nucleo Olga" della "Federazione anarchica informale" ha rivendicato il ferimento del dirigente dell’Ansaldo Roberto Adinolfi. È evidente a tutti, credo, che si tratta di un imbecille di proporzioni colossali. Per questo, verrebbe da definirlo doppiamente pericoloso: chiunque, con una pistola in mano, può far danni, ma ci vuole un cretino per combinare una catastrofe. Ma non è tanto la pericolosità balistica che, qui, mi preoccupa. Piuttosto, mi preme rilevare la possente idiozia intellettuale dell’autore di espressioni come «invischiarsi nella coltivazione di un orticello di democratico dissenso», «la generosità che si trasforma in assistenzialismo», «processo di rivolta allo status quo»: par quasi di sentire il cervello scricchiolare nello sforzo di agguantare al volo, come farebbe un trapezista, paroloni che dondolano qui e là sotto la volta cranica.

Chiunque abbia scritto quelle fesserie non ha a cuore la causa anarchica, né la "liberazione" dell’uomo: voleva solo far bella figura col pubblico, mostrare quanto "scrive bene", anzi "difficile", e dunque quanto è "intelligente" e "migliore" degli altri. Restando in clandestinità e, nello stesso tempo, mettendosi sotto i riflettori di questa epoca devota al mediocre talento. Allegria: abbiamo inventato il terrorista-tronista.

In ritardo

Mag 14 2012

Ci sono poche cose rimaste da fare in questa economia strapazzata. Vista la complessità della crisi, le sue ramificazioni globali e il fatto, ripetuto ossessivamente, che i governi godono di autorità limitata, non è detto che per migliorare la situazione sia sufficiente prendere le decisioni giuste. Bisogna prenderle, applicarle, e sperare che tutto vada bene.

Qualcosa, però, è rimasto sotto il nostro controllo: una possibilità, una sola. Non di cambiare l'orizzonte in tempi brevi, ma di migliorarlo tra qualche anno. Parliamo di educazione e precisamente di educazione universitaria: l'investimento in intelligenza e conoscenze è l'unico a rendimento sicuro. Ebbene, come siamo messi in Italia sul mercato della materia grigia? Male. E ti pareva.

Lo dice una ricerca condotta da Universitas 21, un network di atenei a livello mondiale, che si è preso la briga di classificare i sistemi universitari nazionali in base a parametri come investimenti statali e privati, ricerca, collaborazioni con l'estero, politica sociale e ambientale. Detto che i primi cinque Paesi al mondo risultano essere, nell'ordine, Stati Uniti, Svezia, Canada, Finlandia e Danimarca, per arrivare all'Italia occorre scendere fino al trentesimo posto. Questa collocazione, in sé, non sarebbe infamante se non fosse per il fatto che risulta inferiore a quella di tutti gli altri Paesi europei con l'eccezione di Bulgaria, Romania, Slovacchia e Ungheria. Ci precedono Francia, Germania, Inghilterra, così come Spagna, Polonia, Irlanda, Ucraina e perfino, udite udite, la derelitta Grecia.

Tra le tante brutte notizie di questi tempi sgangherati è in un certo senso la più brutta. Stabilisce che il buio del tunnel è per qualcuno ancora più buio e annuncia che sta accadendo qualcosa di raggelante: il nostro futuro è già in ritardo.

Leggende

Mag 13 2012

Le leggende fanno presto a nascere. Facevano prestissimo un tempo, quando non c'era una spiegazione per nulla e la meraviglia regnava sopra ogni cosa. Ecco allora che spiriti, draghi, fate, maghi e folletti fungevano da immaginari ingranaggi e muovevano ciò che di misterioso, praticamente tutto, c'era al mondo. Ai tempi nostri, di misterioso c'è rimasto molto meno. Ancora abbastanza, però, perché, di tanto in tanto, come straordinarie corolle, qui e là, in luoghi particolarmente riparati, spunti ancora qualche leggenda.

In un angolo della Basilicata, per esempio, un vecchio contadino ancora racconta a chi ha voglia di starlo ad ascoltare di aver ricevuto, anni fa, un Rimborso Irpef. I giovani, però, non gli credono e parlano di Morbo di Imu, una malattia degenerativa che fa si che chi paga le tasse sia convinto di ricevere qualcosa in cambio.

A Trento, invece, e ci sono giornali che ne hanno scritto in questi giorni, la leggenda riguarda un certo "fantasma di via Grilli". Si tratta di una misteriosa presenza che infesterebbe il palazzo dell'Amministrazione provinciale, situato appunto in via Grilli. Al mattino, gli impiegati trovano tracce della presenza di questo fantasma sotto forma di oggetti spostati, mobili cambiati di stanza e, nel garage, si sono perfino imbattuti in un mucchietto di materia tutt'altro che ectoplasmatica.

La faccenda ha acceso l'immaginazione dei trentini che, nei bar e per strada, altro non fanno che speculare sull'identità del "fantasma": un assessore in cerca di poltrona; no, un utente che cerca una pratica smarrita da anni; un impiegato in pensione vittima della nostalgia. Tutte ipotesi, si capisce, prive di fondamento per la buona ragione che si tratta di semplici illusioni, di  credenze arcaiche, di antiche superstizioni. Lo sanno tutti, infatti, che le Province non esistono.

Libertà

Mag 12 2012

I membri del governo Monti presentano, a prima vista, un’apparenza assonnata se non proprio fossile. Non di rado, schierati uno accanto all’altro nelle conferenze stampa, danno l’impressione di appartenere a quelle vetrine che si incontrano nei musei o negli acquari: uccelli impagliati, tartarughe, decidete voi. In ogni caso, non un consesso tutta vita e adrenalina. Come spesso accade, le apparenze ingannano: quella che può essere scambiata per letargia è invece una posa sorniona.

Se il corpo è immobile, il cervello dei ministri è attivissimo: lo dimostra l’idea, partorita dal titolare alla Sanità, Renato Balduzzi, e filtrata ieri nei notiziari, di imporre una tassa di 3 centesimi sulla bottigliette da 33 centilitri di bevande gassate. «Un limitato prelievo di scopo» ha spiegato il ministro, «che ci porterebbe 250 milioni di euro l’anno. Le risorse sarebbero finalizzate a iniziative di rafforzamento di campagne di prevenzione e di promozione di corretti stili di vita e ad alcuni interventi mirati in campo sanitario».

Ora, so bene che iniziative come questa - le tasse che si impongono sulle sigarette e sugli alcolici - nell’invadere la sfera privata, il diritto di ognuno di bere, fumare e se vogliamo mangiare ciò che gli piace, solo apparentemente sono illiberali perché, in realtà, le cattive abitudini personali aumentano la spesa pubblica per la Sanità e dunque limitano e invadono il privato di tutti e di ciascuno, pur comprendendo tutto ciò, dico che ci sarà pure un momento in cui, al riparo dallo Stato se non dalla società, senza testimoni ai quali trasmettere il cattivo esempio, senza rivendicazioni del proprio egoismo, ci sarà, dicevo, un momento in cui uno potrà pure girar per casa in mutande, scolarsi un litro di Coca-Cola e far tremare i vetri delle finestre con una potente emissione sonora. Non sarà la libertà sognata dai Padri della Patria, ma sarà comunque libertà. E ci farà bene.

Il Giro

Mag 11 2012

Sbaglierò, ma quest’anno il Giro d’Italia non sta facendo grande presa. Mancano campioni in grado di accendere la fantasia, o forse gli accurati controlli antidoping limitano le prestazioni degli atleti rendendo più difficili, e rare, certe imprese, come quella, siamo nel lontano 1971, che vide un anonimo pedalatore doppiare la Tyrrell di Jackie Stewart sul circuito del Nürburgring.

O forse sono io che ho seguito distrattamente la corsa, compreso da altri problemi e turbato da altre evenienze: metterà la Juve la terza stella sulla maglia? Avranno ragione i Maya sulla fine del mondo? Ma Monti, quando parla, almeno la moglie lo ascolta?

Comunque sia, un certo restyling, per così dire, al Giro non guasterebbe. Gli organizzatori hanno ancora questa obsoleta concezione della corsa come veicolo turistico. Ed ecco, in tv, abbondare le inquadrature pittoresche, in un trionfo di campagne, costiere, laghi, borghi medioevali e campanili. Tutta roba datata e poco rappresentativa dell’Italia di oggi. Perché non organizzare, invece, delle tappe tematiche? Una bella frazione con partenza e arrivo da due ecomostri particolarmente orripilanti. Oppure un tappa che, in rapida sequenza, colleghi tutti i Comuni commissariati per infiltrazioni mafiose. Ancora, perché non pensare a una cronometro a bande armate, invece che a squadre, oppure a un tappone alpino con arrivo in Svizzera e possibilità, per i primi tre al traguardo, di depositare una somma a loro discrezione su un conto segreto.

Fantasia, insomma, creatività: e più aderenza all’attualità, alle tendenze dell’Italia contemporanea. Anche il nome va rinfrescato: più che Giro d’Italia potrebbe essere Presa in Giro. L’unica corsa - e l’unico Paese -  in cui, anche se la strada è ondulata, pianeggiante o addirittura in discesa, si ha sempre l’impressione di andare in salita.

Lo scaffale

Mag 10 2012

Sembrerà strano, ma i risultati degli studi psicologici sono tanto più significativi quanto più modesti si annunciano. Vedrò di spiegarmi. È mia convinzione che la psicologia riveli molto dell’uomo solo e soltanto se l’ambito di osservazione resta limitato. Quando ragionano sulle motivazioni che muovono certi piccoli gesti, gli psicologi illuminano la natura umana di una luce limpida e senza ombre: sorpreso in un dettaglio di se stesso, l’uomo finisce per rivelare tutto. Al contrario, quando la psicologia si fa ambiziosa, quando si pone obiettivi vasti e cumulativi, ecco che fallisce miseramente e le sue conclusioni risultano vaghe e ambigue.

Ho trovato molto interessante una ricerca che, all’apparenza, fa luce su un moto umano molto specifico anche se, come subito si comprende, fondamentale per chi si occupa di commercio. I ricercatori di un ateneo londinese hanno studiato la reazione più comune della gente di fronte a una serie di oggetti disposti su uno scaffale. Ebbene, i risultati non lasciano dubbi: sono gli oggetti disposti al centro della fila ad attirare l’attenzione, a venir afferrati per primi, quasi che l’espressione "essere al centro della scena" valga anche per le cose inanimate. Esse presentano ai nostri un valore aggiunto, inspiegabile e inesistente, per il solo fatto di trovarsi a eguale distanza dalle estremità dello scaffale. Va da sé che, al contrario, gli oggetti disposti ai lati rimandino un’impressione di scarso prestigio mano a mano che ci si allontana dal centro.

Quanto tutto ciò riveli della vita lo si deduce pensando a quante volte abbiamo assistito agli sforzi, alle spinte, alle insistenze e alle petulanze di chi insiste per portarsi al centro, per conquistare il ruolo di protagonista e di re della scacchiera per poi, una volta riuscito nel suo intento, dimostrare che forse, dopo tutto, il posto giusto era laggiù, in fondo allo scaffale.

Cocci

Mag 09 2012

Alla terza o quarta paginata di percentuali, la coscienza incomincia a sbandare. E la mente a credere in qualcosa di sorprendente: che la società sia effettivamente un cento per cento suddivisibile in parziali i quali, eventualmente incollati come si farebbe con i cocci di un vaso, rappresenterebbero di conseguenza l’insieme nella sua interezza. Naturalmente, specie dopo le elezioni, nessuno ha interesse a rimettere insieme un bel niente. Al contrario, tutti si affannano ad analizzare il singolo coccio, quello più grosso ma anche quello più piccolo, quello che ci si aspettava fosse grosso e invece è diventato minuscolo, quello che nessuno sapeva come fosse in realtà e lo si è scoperto più grosso (o più piccolo) del previsto.

Ognuno, votando per l’una o l’altra lista, si sente vincitore o sconfitto e se ne va in giro con la sua percentuale stampata sulla fronte: sorridono beati i 35%, ma anche, a seconda delle circostanze, i 10 e gli 8%, e si può essere mogi con un 15%, se è per questo, specie quando si era abituati a essere un 25%. Chi ha vinto si trova di colpo in sintonia con l’umanità: la percepisce gradevole, ama le chiacchiere, scambia volentieri due battute di spirito. Chi ha perso, ridotto a coccio piccolo, è invece pieno di risentimento: «Ma come?» pensa, «Come è possibile che mi si consideri soltanto un 2,29%? Ho forse la faccia di un 2,29, io?» Il peggio accade quando lo sconfitto incontra il vittorioso: «Guarda quello» mormora a denti stretti, «Dimmi te se ha la faccia di un 28%! Quello al 28% non ha neanche la ricrescita delle unghie».

In questo mondo fatto a parziali ci aggireremo per qualche giorno ancora, o forse per qualche anno addirittura, senza mai pensare, per un minuto, a quale percentuale ci spetta la sera, una volta chiusa alle nostre spalle la porta di casa: cocci senza intero, da zero a cento, e niente ballottaggio.

Gli affreschi

Mag 08 2012

Leggere, guardare, ascoltare ciò che accade produce una falsa sensazione: che questo Paese sia nato ieri. Ovvero che l’Italia sia una terra giovane, dove il pensiero è appena sbocciato. C’è gente che si esprime come se, nel momento stesso in cui parla, stesse inventando la lingua: ogni parola è un tentativo. Ovvio, poi, che la costruzione grammaticale sia rozza, che i tempi verbali siano essenziali. Il congiuntivo, a quel punto, sembra fisica nucleare al paragone con l’invenzione della ruota.

Non è così: la lingua italiana è nata molto tempo fa e prima ancora è nata la cultura italiana. Non dell’Italia come Nazione, d’accordo, ma dell’Italia come teatro di intelligenza. La Divina Commedia è del Milletrecento, il Principe di Machiavelli fu pubblicato nel 1532, la Venere di Botticelli è databile al 1482, le Quattro Stagioni di Vivaldi al 1723: tutte queste eccellenze della letteratura, della saggistica, dell’arte e della musica risalgono a ben prima della nascita di Gasparri e Matteo Renzi.

Oggi discutiamo, malamente, di politica, la avversiamo con i movimenti cosiddetti "anti" e condividiamo solo un profondo, ma indistinto, senso di insoddisfazione e di smarrimento. Ebbene, per ritrovare la via, potremmo per esempio considerare che, nel 1339, tale Ambrogio Lorenzetti dipinse le pareti del Palazzo Pubblico di Siena con un ciclo di affreschi noto come "Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo". In esso, si ritrovano cose che, ora, chiameremmo "crisi", "default", "recessione", "malgoverno" e "corruzione", ma anche "crescita", "sviluppo", "pace sociale" e "giustizia". Non solo le ritroviamo, queste cose, ma, oggi come allora, sono un potente monito perché chi governa tenga a mente qual è il fine ultimo del suo agire. Basterebbe guardarli, quegli affreschi. E ricordarci che non siamo né nuovi né ignoranti. Siamo solo addormentati.

Il paese depilato

Mag 07 2012

Leggiamo e meditiamo: «ANSA - Per essersi presentato depilato dalla testa ai piedi al test tricologico antidroga, un quarantenne di Rovereto, già condannato per spaccio, si è visto revocare dal Tribunale gli arresti domiciliari. L’uomo aveva ottenuto di scontare la pena ai domiciliari a condizione che si sottoponesse a un controllo, come l’esame del capello. L’altro giorno però si è presentato al Sert completamente rasato e così il Tribunale, considerando il suo comportamento una sorta di "confessione", ha deciso di farlo tornare in cella».

Interessante, no? Viene da chiedersi quale curioso percorso mentale abbia intrapreso quest’uomo nel momento in cui ha concepito l’idea di presentarsi «completamente depilato» a un controllo tricologico. Davvero credeva che l’assenza assoluta di peli e capelli potesse passare per una circostanza tutt’al più singolare, ma comunque innocente, tale da convincere il Tribunale di sorveglianza a rispedirlo a casa nell’attesa, incerta, che un singolo crine spuntasse sul suo cranio, quel cranio, ricordiamolo, posto a protezione di un cervello così brillante?

Sembrerebbe che il «quarantenne di Rovereto» si sia guadagnato un posto in finale al Festival italiano degli sciocchi, edizione 2012, se non fosse che, come lui, ce ne sono tanti. Basta estendere un poco il concetto: se un uomo del tutto privo di peli risulta sospetto davanti a un controllo antidroga, che cosa dire di un bar senza scontrini in tempi di verifiche fiscali, di un gioielliere nullatenente sulle linee tratteggiate del modello 730, di un idraulico privo di reddito da trasportare nel suo capiente e lussuoso Suv? Se la privazione è sospetta, allora in tanti sono nei guai. Se la depilazione è una confessione allora molti sono colpevoli. Ed è curioso, perché se una cosa non manca, in questo paese, è proprio il pelo sullo stomaco.

Senza spazio

Mag 06 2012

So bene che abbiamo problemi molto più seri di quello che sto per sottoporvi, però tutti noi abbiamo le nostre leggerezze, i nostri vuoti e i nostri pieni per così dire, e si dà il caso che i miei vuoti siano particolarmente vuoti.
Tra l’altro, il problema di cui sopra non sapevo nemmeno fosse un problema fino a quando non mi sono imbattuto in una notizia che annunciava, per oggi, lo svolgimento di una manifestazione chiamata "Ivreachecorre" o, come puntualizza la Sentinella del Canavese, "Ivreachecorre 2.0". Mi sono chiesto: a quale bisogno risponde questa necessità, o forse soltanto voga, di incollare oneste parole l’una all’altra per ottenere un qualcosa che mescoli il significato dell’una nell’altra e, in ultima analisi, per dare vita a qualcosa che consenta, con un’unica emissione della gola, con una singola cavazione della lingua, di creare un concetto solo apparentemente nuovo, che in realtà potrebbe venir espresso alla perfezione con il tradizionale sistema di allineare vocaboli nel giusto ordine, rispettandone, con un singolo, economico e pulito spazio, la doverosa indipendenza?
Innanzitutto, credo si voglia scimmiottare la lingua di Internet che negli indirizzi dei siti rifiuta la presenza degli spazi. Internet, va da sé, è la lingua del presente, del futuro anzi, e dunque anche una manifestazione podistica come "Ivreachecorre" ci guadagna qualcosa ad associarsi a essa, come se i muscoli delle cosce potessero beneficiare dell’ultimo software, come se i polmoni potessero aumentare di capacità scaricando l’ultimo aggiornamento.
In realtà, ogni epoca ha la sua lingua e ciò che una volta era noto come Grande Esposizione Universale oggi passa per "Expo": più secco, semplice, veloce. Soprattutto, senza spazi, perché di spazio, ormai si è capito, non ce n’è più per nessuno.

Terzo incomodo

Mag 05 2012

Sapete qual è il più grosso problema da superare per un povero diavolo che decida di mettere in piedi una guerra santa come si deve? Semplice: l’incompetenza dei collaboratori. Lo si deduce dalle lettere di Osama Bin Laden, trovate nel suo ultimo rifugio ad Abbottabad, prontamente tradotte (e pubblicate) dal Centro di combattimento al terrorismo dell’Accademia di West Point.

In molta parte dei manoscritti, Osama si lamenta di come gli risulti difficile coordinare i gruppi regionali di al-Qaeda e della tendenza di questi a coinvolgere civili musulmani negli attentati. Inoltre, egli critica aspramente l’inclinazione dei singoli membri a rilasciare inopportune dichiarazioni pubbliche. Più che il terrorista numero 1 al mondo, Osama sembra lo stanco manager di una catena di lavanderie: sempre affannato a spiegare alle filiali più remote quanto detersivo devono utilizzare e che cosa fare quando la camicia di un cliente esce dalla lavatrice ridotta come la bandiera francese a Waterloo.

Una guerra santa è un’operazione complessa: richiede disciplina e precisione. A detta di Osama certi jihadisti, più che della sua guida, avrebbero bisogno della supervisione di Brunetta: pause pranzo infinite, una decisa tendenza all’assenteismo e un continuo cavillare sul termine "missione suicida" fanno di questi combattenti un freno alla vittoria finale, non un motore.

Problemi di Osama o, meglio, di chi gli è succeduto. A noi interessa notare come nell’eterna lotta tra il bene e il male ci sia un terzo incomodo: l’incompetenza. La quale sembra assumere un ruolo di arbitro piuttosto equo: se il bene non ha ancora vinto è certo per colpa sua, ma è altrettanto vero che finora ha impedito al male di trionfare. Insomma, la prossima volta che vedete un inetto, ringraziatelo per tutto il male che non è stato capace di farvi.

Lo spreco

Mag 04 2012

Credo che tutti, a questo punto, abbiano detto una parola a proposito dell’allenatore della Fiorentina, Delio Rossi, al quale l’altra sera ha dato di volta il boccino e ha preso a mazzate un suo proprio calciatore, tale Adam Ljajic, di nazionalità serba.

La riprovevole faccenda è stata esaminata sotto ogni possibile punto di vista: sportivo, pedagogico, sociale, morale, mediatico. In sintesi, tutti d’accordo: questo Ljajic dev’essere un tipo sgradevole, per non dire proprio un pirla, ma Rossi ha sbagliato, perché non è così che si fa, bisogna gestire la rabbia, dare l’esempio, i bambini ci guardano e il calcio è il gioco più bello del mondo.

L’unica considerazione che, forse, non è stata ancora fatta è quella che a me sembra più pregnante: peccato che una rabbia così sia andata sprecata. Perché Ljajic, come si è detto, sarà pure un pirlotto di dimensioni atomiche, ma quando un mite come Delio Rossi esplode - avvenimento che accade con ricorrenza astronomica, come il passaggio di una cometa o l’implosione di una supernova - si vorrebbe che gli effetti dell’onda d’urto investissero bersagli ben più significativi. La rabbia di un tipo come Rossi non è mai a miccia corta, come quelle di chi se la prende perché non c’è parcheggio o perché la pasta è scotta. La sua è invece una rabbia da traboccamento, da "non ne posso più"; una rabbia che una volta partita non si ferma e travolge chi incontra perché, giusto o sbagliato, si ritrova designato a pagare per tutti.

È evidente, dunque, quanto un Ljajic qualunque, con il suo applausetto ironico, le sue meschine parole d’offesa per una banale sostituzione, rappresenti un obiettivo irrilevante. Quanti altri personaggi, ben più degni, tutti noi avremmo voluto vedere allineati sul prato in attesa di buscarsi una razione della rara, purissima, superba e incandescente rabbia del signor Rossi.

Allons

Mag 03 2012

Gli ultimi tre ad aver trovato un lavoro grazie alla politica economica del governo sono, in ordine alfabetico, tali Amato Giuliano, di anni 74, Bondi Enrico, di anni 78 e Giavazzi Francesco, di anni 63, Quest’ultimo, detto "il pinella", subisce, causa la giovane età, ogni sorta di burle da parte di primi due, che lo mandano a prendere il caffè, gli mettono il cuscino rumoroso sotto la sedia e, prima di coricarsi, combinano con le lenzuola lo scherzo del "sacco". "Pinella" a parte, a questi tre signori non di primissimo pelo il governo, presieduto da tale Monti Mario di anni 69, ha affidato il compito di guidare una rivoluzione: quella necessaria a tagliare la spesa pubblica.

Inutile, qui, sottolineare ancora una volta come il termine "rivoluzione" sia il più adatto a definire l’impresa di contenere l’emorragia di denaro: nient’altro che un sovvertimento degli usi, della consuetudine, delle regole e perfino della morale corrente sarebbe in grado di avvicinarsi all’ambizioso traguardo. Stabilito che proprio di una rivoluzione c’è bisogno, sorge il sospetto che i tre signori di cui sopra siano un poco troppo in avanti con gli anni per il ruolo di rivoluzionari.

Maximilien Robespierre, uno che se ne intendeva, terminò tutta la parabola da rivoluzionario a rivoluzionato nell’arco di 36 anni, età in cui venne ghigliottinato. Napoleone venne proclamato imperatore (imperatore, mica segretario dell’Udc) all’età di 35 anni e Mozart, rivoluzionario a modo suo, completò a 20 anni il suo Concerto per piano No. 9. Per non dire di Einstein e Michelangelo i quali, entrambi a 37 anni, consegnarono all’umanità i loro capolavori rivoluzionari: la Teoria della relatività generale e gli affreschi della Cappella Sistina. Insomma, se portata a termine, quella di Amato-Bondi-Giavazzi sarebbe forse la prima rivoluzione "over 60". Come diceva, la canzone? «Allons vieillards de la Patrie...»

Il fantasma

Mag 01 2012

Avrete la sensazione che la stampa si occupi soltanto di faccende concrete e terrigne, per non dire triviali: tasse, disoccupazione, politica, Belen e calcio, non necessariamente in questo ordine e spesso confondendo una cosa con l'altra (ci sono politici che “vincono la partita”, squadre che chiedono la “par condicio”, mentre Belen è una tassa da pagare o un insulto alla disoccupazione a seconda dei casi). In ogni modo, non sembra ci sia molto spazio per le cose immateriali.

Per fortuna, non sempre è così. Le cronache di Reggio Emilia si sono infatti recentemente dirette sul Castello di Bianello. Non ci sarebbe bisogno di alcuna ragione specifica per occuparsi del Castello - una antica e magnifica fortificazione nel territorio del Comune di Quattro Castella - ma una ragione specifica c'è: l'edificio è abitato da un fantasma. Questo, a dire il vero, lo si sapeva di tempo: è dagli Anni 50 che se ne parla. Numerose testimonianze descrivono ombre misteriose, figure evanescenti, rumori improvvisi, voci che pronunciano frasi sconnesse: escluso che si tratti di una puntata di Matrix, è ovvio che vien da pensare al soprannaturale. A tutto ciò si aggiunge oggi il racconto di Mauro Buratti, custode del castello. «Per un istante» ha raccontato, «ho visto riflesso nel vetro della finestra una figura di donna con i capelli scuri, con indosso un vestito di vari colori, tra i quali spiccava il verde. Il tempo di girarmi e non c’era più». Non molto, ma abbastanza perché nelle nostre cronache, e nelle nostre vite, entri un un tocco di trascendenza.

Ma qui ci fermiamo perché, dimostrata la tesi che la stampa non è solo robaccia terra a terra, occorre riprendere il controllo e stabilire che, capelli scuri o no, in verde o al verde, ectoplasma o non ectoplasma, su quei metri quadri di castello, sia ben chiaro, bisogna proprio che la signora l'Imu la paghi.

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