Martedì 08 Luglio 2014

Anche il silenzio parla

Non è sempre distanza

Chi tace acconsente, chi tace non dice niente. Il silenzio è d’ oro, vale più di mille parole. Complice il libro del professor Borgna che parla delle fragilità, mi ritrovo a meditare sul silenzio e sui significati che a esso attribuiamo.

Di solito ci accorgiamo del silenzio quando chi è con noi cessa di parlare. Spesso lo interpretiamo come un allontanarsi dell’altro e, presi dall’angoscia di perderlo, tendiamo a riempire quello spazio con le nostre parole. Ma davvero c’è sempre bisogno di esprimere a voce alta i nostri pensieri? Penso ad alcuni silenzi nella stanza di terapia, a quanto sia curativo talvolta stare accanto, con lo sguardo e con l’ atteggiamento, a chi in quel preciso momento non trova termini, né voce, per descrivere quanto stia accadendo nel suo mondo interno. Perché davvero a volte non esistono parole: di fronte al dolore, accanto a una malattia terminale, ogni qual volta una sorta di rivelazione su noi stessi si sta facendo strada...

Siamo così complessi e pieni di umane emozioni che non per tutto può esistere una descrizione. Siamo sempre immersi in relazioni, circondati dal rumore. Talvolta sentiamo il bisogno di ascoltare la nostra voce, quella interiore, e per riuscirci dobbiamo ritirarci e spegnere le altre voci. Al contrario, a volte abbiamo bisogno di rumore, di sentir parlare (e sentire è altra cosa che ascoltare), di mettere a tacere il flusso di pensieri che potremmo percepire se ci ritrovassimo fermi per qualche istante, concentrati su noi stessi. Quando il silenzio ci angoscia lo riempiamo di significati generati da questo nostro stato interiore più che da elementi reali. Iniziamo a cercare di capire perché l’altro stia tacendo e spesso il primo pensiero va alla distanza, all’abbandono, al tenerci fuori dalla sua vita.

Così rompiamo uno stato che invece potrebbe semplicemente essere la ricerca di uno spazio utile anche ad ascoltare. Si, perché il silenzio è davvero d’oro quando dobbiamo portare la nostra attenzione all’altro: prima di utilizzare le orecchie dobbiamo abbassare il volume del nostro rumore interiore e creare così uno spazio per accoglierlo. Non è semplice interpretare il silenzio, ma proviamo a pensare a quanti gesti (sguardi, abbracci, mani tese) accadono e ci raggiungono nel profondo quando intorno, e dentro, tutto tace.

Dottoressa Paola Pugina

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