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"Ad Haiti ho visto la morte
Tornerò per aiutare i bimbi"

La dottoressa Gaia Francescato (in fondo a destra) con i medici di Haiti (Foto by Enrico Scaringi / Varese Press)

VARESE «Tornerò ad Haiti per ultimare quel reparto materno-infantile che stavamo progettando e che abbiamo dovuto aprire in anticipo per via del terremoto». Anche se è rientrata da qualche giorno la neonatologa dell'ospedale Del Ponte Gaia Francescato, volontaria della Fondazione Rava partita per Port au Prince all'indomani del terribile terremoto del 12 gennaio scorso, pensa costantemente ad Haiti e al suo futuro: «La cosa più difficile di questa tragedia è ridare speranza alle persone che sono sopravvissute e che non riescono a guardare oltre alla morte, la distruzione e la desolazione che ora li circonda».
MANCANZA DI CIBO
Il dolore, la tensione, la difficoltà patite per la mancanza d'acqua e di mezzi, per i durissimi ritmi di lavoro dei giorni immediatamente dopo il terremoto sono impressi nella sua memoria: «Dal punto di vista professionale è stata molto dura perché non mi occupavo dei miei pazienti, i neonati, ma di adulti politraumatizzati che arrivavano continuamente e numerosi all'ospedale Saint Damien (quello della Fondazione Rava dell'associazione Nph – Nuestros pequeños hermanos – l'unico rimasto in piedi in città, ndr). Ma quello che più mi ha colpito è la disperazione, la rassegnazione e il pessimismo della gente – spiega – ovunque si parlava del terremoto come della catastrofe. Del fatto che erano morti tutti, che tutto era distrutto e che le scosse sarebbero continuate per altri due anni».
Un esempio su tutti: nella notte tra il 18 e il 19 gennaio sull'isola si avvertì un'altra scossa «molto forte – racconta Francescato – Mi sono spaventata ma non come i sopravvissuti ricoverati in ospedale che sono stati letteralmente presi dal panico. Tentavano di uscire, scappare a tutti i costi, nonostante avessero flebo e ossa rotte incapaci di ragionare o ascoltare le rassicurazioni. É una popolazione terrorizzata, hanno subito un trauma tale che è difficile per loro trovare un motivo per sperare, per essere positivi».
Dopo qualche giorno l'afflusso costante di feriti all'ospedale si è calmato e il numero di volontari attivi al Saint Damien è aumentato. Così la Francescato, assieme a un collega statunitense e una squadra di paramedici haitiani, è uscita in strada per creare degli ambulatori nelle tendopoli improvvisate dal popolo degli slum, le baraccopoli attorno alla capitale ridotte a cumuli di macerie. «Volevamo aiutare la gente che non aveva avuto i mezzi o la determinazione di arrivare sino in ospedale – spiega – La protezione civile italiana ci ha regalato una tenda per creare un ambulatorio di strada riparato dal sole», aggiunge raccontando degli sfollati delle slums che avevano trovato rifugio in accampamenti dove le tende non erano altro che quattro bastoni piantati al suolo, «un lenzuolo come tetto e un pavimento fatto di terra battuta e polverosa».
SICUREZZA “FAMILIARE”
«Giravamo da soli, senza scorta in questi posti dove le persone si erano organizzate come gruppi di famiglie, con capi comunità che ci hanno aiutato a tenere l'ordine, a garantire che la tenda e i nostri strumenti non sarebbero stati toccati», racconta la Francescato. E visto che negli accampamenti hanno incontrato anche donne incinta o che avevano partorito in condizioni più che precarie, hanno deciso di aprire subito quel reparto materno infantile, con le sale parto e le zona neonatale che lei stessa, assieme al primario della neonatologia dell'ospedale Del Ponte, Massimo Agosti, aveva contribuito a progettare in un sopralluogo autunnale, pochi mesi prima. «Il terremoto ha reso tutto più urgente – spiega – quindi la maternità è entrata in funzione anche se doveva ancora essere sistemata e attrezzata meglio. Tornerò ad Haiti anche per questo», dice oggi Francescato mentre tiene i contatti con la collega di Pordenone che l'ha sostituita nella tenda-ambulatorio.
Lidia Romeo

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