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Test di cultura locale e dialetto per gli insegnanti. Provocazione o proposta concreta?
Darei un’interpretazione più vasta – spiega il segretario cittadino della Lega Nord, Fabio Binelli – è una provocazione se la si guarda nel dibattito attuale, ma è un passo obbligato per qualunque territorio che desideri l’autonomia: fa parte di un federalismo che sia rispettoso delle diversità. A noi lombardi, ad esempio, sembra una provocazione ma posso garantire che soltanto spostandosi in Veneto non è vista così. Faccio sempre l’esempio dell’Irlanda perché la questione linguistica è la prima rivendicazione che si porta avanti.
È possibile recuperarne un uso corrente?
È uno dei problemi, ma ci sono tutt’oggi casi clamorosi come le isole britanniche, prima l’Irlanda e poi la Scozia, ma oggi anche il Galles, dove sono andati a recuperare lingue praticamente estinte. L’Irlanda è riuscita a riportare l’irlandese nelle scuole quando tutti ormai parlavano inglese; praticamente mentre tutti noi mandiamo i ragazzi in Inghilterra a studiare l’inglese i ragazzi irlandesi si fanno le vacanze studio a studiare la lingua originaria. Questo processo sembra strano ma ha fatto in modo che oggi l’irlandese rientri a pieno titolo tra le lingue della comunità europea. Faccio anche l’esempio delle Baleari, dove da quest’anno non si parla più spagnolo ma catalano, e quello è tutt’altro che un territorio isolato dal mondo; è chiaro che tutti sanno il francese e il tedesco. Quando si fanno ragionamenti di disprezzo delle lingue locali si dimenticano queste realtà che hanno fatto una scelta identitaria.
Ma quanti ragazzi saprebbero parlare il dialetto se entrassimo oggi in una scuola?
È il problema che si concentra nell’Insubria e nelle grandi città dove l’italianizzazione è stata molto marcata. Io stesso sono italofono, perché mio padre parlava dialetto con mia nonna ma non con me. Basta andare invece in Valtellina, in provincia di Bergamo o di Cremona, per vedere che l’utilizzo della lingua locale è ancora diffuso. Vuol dire che dovremo pensare in futuro a delle vacanze studio in Canton Ticino, almeno a Bellinzona.
Pare intanto che alcuni insegnanti, e non solo meridionali, facciano ancora a botte con la sintassi italiana. Non sarebbe meglio partire dalle emergenze?
Questo però è un problema diverso. Sulla competenza di insegnanti e dirigenti c’è da lavorare e si sa da tempo, adesso ad esempio avremmo probabilmente degli insegnanti impreparati sul dialetto. Dobbiamo sfatare il mito che se uno sa bene l’italiano è più ricco di uno che sa bene il dialetto: se usciamo dall’Italia nessuno parla più la nostra lingua in ogni caso. La differenza tra noi e i paesi del nord Europa è che là se ne rendono conto e sanno tutti almeno tre lingue mentre noi pensiamo ancora di essere al centro del mondo.
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