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BUSTO ARSIZIO Trentasei anni in carcere, di cui due a Busto Arsizio: è una vita dietro le sbarre, quella che Luigi Morsello ha raccontato nel suo libro “La mia vita dentro” (Infinito edizioni), presentato mercoledì 21 aprile alla libreria Boragno. Bando agli equivoci, però: come recita il sottotitolo del saggio, si tratta di una raccolta di “memorie di un direttore di carcere”, dato che l'autore ha diretto nella sua vita ben sette case di reclusione italiane. Anche quella di Busto: «Arrivai in città nel 1984, la struttura del nuovo carcere in via per Cassano era appena stata ultimata, e io ebbi modo di avviarla. Nel vecchio carcere entrai solo per sbrigare questioni amministrative, lo ricordo come una struttura malandata». Accanto all'autore, oltre alla padrona di casa Francesca Boragno, anche l'attuale direttore della casa circondariale Salvatore Nastasia: colleghi e amici da quasi vent'anni, Morsello e Nastasia hanno accompagnato il pubblico nella realtà del carcere, quella realtà che i racconti de “La mia vita dentro” tratteggiano a tinte così vivide. Ne emerge il ritratto di un'umanità dimenticata, di cui il resto del Paese preferisce non occuparsi, come se la popolazione carceraria non facesse più parte della popolazione tout court: «E invece il problema delle carceri si impone - ha ricordato Morsello - i detenuti in Italia sono 67 mila, i posti a norma 46 mila. Poiché il numero dei detenuti aumenta in media di 800 unità al mese, già ad agosto dovremmo arrivare a quota 70 mila: uno scenario a tinte fosche, anzi apocalittiche». Si è anche parlato dei provvedimenti, per far fronte al sovraffollamento, ma l'unica certezza è l'urgenza di trovare una soluzione in tempi brevi. Tornando a “La mia vita dentro” e alle sue pagine popolate di ritratti appassionanti, che ben rendono la dimensione comunitaria della realtà del carcere, non mancano i nomi noti: Curcio, Sindona, Gianni Guido, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, il generale Dalla Chiesa. L'episodio che Luigi Morsello ama ricordare riguarda un detenuto dal nome non altisonante, recluso nel carcere di San Gimignano per aver ucciso nel 1955 due persone. Più di vent'anni dopo, arrivò il momento di uscire: «Quell'uomo non aveva neanche una cravatta, e aveva disimparato a fare il nodo. La cravatta gliela regalai io, gli feci il nodo e lo accompagnai al bar: era un uomo diverso».
Laura Campiglio
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