«Il dottore mi chiamò e disse: hai l’Aids. Oggi, 10 anni dopo, ho due figli e una vita»
Ricorre oggi la giornata mondiale contro l’Aids: a Varese, ogni mese, il reparto di malattie infettive prende in carico un nuovo malato

«Il dottore mi chiamò e disse: hai l’Aids. Oggi, 10 anni dopo, ho due figli e una vita»

Raccontiamo la testimonianza di Simone, dalla scoperta del contagio alla rabbia, che poi diventa terrore: «Stavo con una ragazza. Lei e l’ingenuità mi avevano fatto ammalare. I medici mi hanno dato speranza»

«Ero stato chiamato per presentarmi a discutere l’esito degli esami a cui mi ero sottoposto e il medico di turno mi ha detto: ho una brutta notizia da darle. Lei è positivo». Era il 20 settembre 2005 quando Simone, un uomo di 35 anni di Varese, ha scoperto di avere l’Aids. Una storia con una coetanea, un amore sperato, e poi la paura: «Avevo uno strano presentimento, sentivo che qualcosa non andava, come se lei mi nascondesse un segreto». Aveva ragione: quell’amore durato due anni e mezzo era sieropositivo. Simone è uno dei circa 800 pazienti che sono in cura, ormai da tempo, nell’unità operativa di Malattie Infettive dell’azienda ospedaliera di Varese, diretta dal professor Paolo Grossi. Simone oggi è in ottima forma: non sembra una persona malata. Tutt’altro. Da sei anni è sposato e oggi ha due gemellini di cinque anni, venuti al mondo sani grazie all’evoluzione della medicina in materia di fecondazione assistita. Ed è proprio per questo che abbiamo deciso di mantenere l’anonimato perché dietro questa storia fatta di dolore e paure, oggi c’è una famiglia, ci sono dei minori e c’è nuovamente un futuro.

«Non ci credevo: perché io?»

«Da anni sto cercando di tramutare il veleno del virus in medicina», spiega. E poi racconta la sua storia. Simone soffriva da tempo di salute cagionevole: aveva spesso febbre, dolori muscolari e bronchiti. Così, il suo medico curante gli ha prescritto una serie di accertamenti per appurare lo stato di salute del suo sistema immunitario, tra cui l’esame del sangue relativi all’Hiv. «Erano le 11 del mattino quando ho scoperto di essere sieropositivo. Inizialmente, ho pensato che ci fosse stato un terribile errore: come era possibile? Io non sono mai stato un tossico e non ho mai avuto una vita sessuale particolarmente movimentata. Poi, il medico mi dice: purtroppo non c’è alcun errore. Ho pianto fino allo sfinimento e la mia prima preoccupazione è stata quella di aver inconsapevolmente contagiato la mia fidanzata di allora». In preda al panico, Simone si precipita da lei. «Non sapevo cosa dirle. Non avrei mai potuto perdonarmi una cosa del genere». Ma quando l’uomo, che allora aveva solo 25 anni, si trova a parlare alla ex della sua malattia, le cose prendono una piega inaspettata. «Lei mi sorride, mi accarezza e mi dice che lei era sieropositiva da oltre cinque anni. Anche lei aveva contratto il virus da un rapporto sessuale non protetto e non me ne aveva mai parlato perché temeva di perdermi. Sono andato su tutte le furie, lei e la mia ingenuità mi avevano fatto ammalare. La lasciai e non la volli più rivedere». Per anni Simone si è fatto aiutare da una psicologa: oggi l’uomo non solo accetta e convive con la sua malattia, ma vede di fronte a se un futuro normale. «Nel 2015, l’Hiv è una malattia che si può tenere sotto controllo. Ho sempre voluto una famiglia, ma quando mi è stata diagnosticata la malattia ho pensato che le mie possibilità erano state distrutte. I medici, invece, mi hanno regalato una speranza per il futuro». Ma Simone lancia un monito importante ai giovani, e lo fa proprio in occasione della giornata mondiale della lotta contro l’Hiv.

«Nessuno è al riparo»

«Attenzione, rimane comunque una malattia che è meglio non contrarre. Ragazzi, fate sesso protetto. Anche con i vostri coetanei amici o compagni di classe. Sesso sicuro anche quando andate in vacanza al mare d’estate con gli amici. Non commettete il mio errore. Prendete anche l’abitudine di farvi annualmente un check up completo attraverso gli esami del sangue. Vorrei che la gente capisse l’importanza di effettuare i test: una diagnosi fatta quando l’Hiv è nelle fasi iniziali può salvare molte vite». Se diagnosticata per tempo, la malattia può essere tenuta sotto controllo e le aspettative di vita, se non subentrano altre patologie particolari, sono le stesse delle persone che non hanno contratto il virus. Ogni mese, l’unità operativa di Malattie Infettive dell’ospedale di Varese prende in carico un nuovo malato di Hiv. All’inizio del 2015, il reparto ha registrato un andamento anomalo: per un certo periodo, l’unità operativa si è trovata ad accogliere un nuovo paziente affetto da Hiv a settimana. Storie, vite e errori diversi, con una cosa in comune: l’Hiv. «Perché nessuno - come ricorda Simone - nessuno, è al riparo».

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