L’abate “varesino”«Con don Mario, come pastori»
Monsignor Carlo Faccendini

L’abate “varesino”«Con don Mario, come pastori»

L’intervista a Monsignor Carlo Faccendini, nuovo “parroco” di sant’Ambrogio e amico del l’arcivescovo DelpiniDal seminario a Venegono, all’adozione alla Kolbe con don Brigatti: «Il clero è affaticato da una realtà difficile»

«Lo conosco da una vita e vi dico che don Mario Delpini ci sorprenderà». Parola di monsignor Carlo Faccendini, nuovo Abate di Sant’Ambrogio, il “parroco” della Basilica più celebre di Milano, incarico che assomma a quello di vicario episcopale della città di Milano. Un po’ “varesino” d’adozione, per gli anni trascorsi in seminario a Venegono e quelli dal ‘90 al ‘97 alla parrocchia San Massimiliano Kolbe di Varese come coadiutore di don Giovanni Brigatti, ma soprattutto molto legato al nuovo Arcivescovo, lo jeraghese monsignor Mario Delpini.

Cosa ne pensa della sua nomina?


Sono di parte, lo ammetto, perché con lui ho un’amicizia che dura da una vita, e tanto affetto e stima. Era avanti un anno rispetto a me, ma abbiamo trascorso insieme una fetta di seminario e il periodo dell’università, poi abbiamo lavorato insieme in seminario, lui come rettore mentre io ero preside del liceo. E ci siamo quindi ritrovati in Arcivescovato, negli anni in cui è stato vicario generale: siamo i primi ad arrivare e ogni mattina è un momento di incontro e di confidenze, inoltre tutti i lunedì sera mi incontro con lui. Farà bene, ne sono certo.

Il suo stile umile e semplice conquisterà la Chiesa di Milano?


Don Mario è uno più di magazzino che di vetrina. Adesso però lo costringono ad un po’ di vetrina, che lui ha sempre rifiutato, ma quando uno ha il magazzino ben fornito, la vetrina la può anche illuminare. Ci sorprenderà, io non ho dubbi. Ha una conoscenza straordinaria dei preti, del clero e delle dinamiche della diocesi, ha una preparazione culturale invidiabile, ha un’idea chiara sul cammino da condividere insieme e poi è uno che la faccia ce la mette, i problemi li affronta. Il don Mario c’è, con la testa, con il cuore, con la tenacia, con uno stile bello di presenza.

Davvero don Mario non s’aspettava la nomina?

Credo proprio che non se l’aspettasse, dalle confidenze che faceva. Il giorno in cui è stato nominato l’ho visto sicuramente molto preso, coinvolto, un po’ intimorito. Anche perché lui sa benissimo cosa gli aspetta, visto che già da Vicario i problemi li ha affrontati tutti.


Che impronta possiamo aspettarci dal nuovo Arcivescovo già da settembre?

Qualche sorpresa sicuramente, perché don Mario è anche geniale. Un’attenzione più specifica e più puntuale nell’accompagnare il cammino dei preti, perché è il suo lavoro, gli appartiene. Qualche scelta coraggiosa, sulla parte più organizzativa della vita delle parrocchie. Ma sarà la sua proposta spirituale quella dove emergerà il suo segno specifico e il suo stile. Su questo don Mario ci coinvolgerà tanto. Una linea di cammino spirituale molto puntuale e netta.

E lei, come si è avvicinato al suo nuovo incarico di Abate di Sant’Ambrogio?

Vi sono legato dagli anni dell’università. A parte il Duomo è la chiesa più bella di Milano, sono lì le radici della fede dei milanesi ed è lì il cuore dello stile ambrosiano, quella sinergia tra società civile e Chiesa che dobbiamo a Sant’Ambrogio, che era governatore e vescovo: se c’è e funziona, senza compromessi e confusioni, va a vantaggio della Chiesa e della società civile, di tutti. Poi Sant’Ambrogio è una chiesa dove arriva il mondo, e in questi anni ho imparato che puoi accogliere bene gli altri solo se la realtà della tua chiesa è viva. Ma mi piace anche l’idea di tornare un po’ a fare il parroco.

Da quanto non lo faceva più?


Da 13 anni. Ma sono ancora convinto che il mio “cromosomino” più vero sia quello di parroco.

Non è facile, a Milano?


Si è sempre meno padrone e più pastore. Un prete deve essere lì, disponibile e attento. Ma in questi anni da vicario la mia stima per i preti è cresciuta a dismisura: potrei elencarne uno per uno i difetti, compresi i miei, ma sono straordinari, si mettono in gioco. Il nostro clero l’odore delle pecore ce l’ha. Quando ho cominciato a fare il parroco a Milano mi ricordo che non mi salutava nessuno, e questa cosa mi aveva fatto un po’ soffrire. Ho capito poi che era una condizione di grande purificazione. La gente la cerchi, pazientemente, giorno dopo giorno, sfruttando un sacramento, un incontro per strada, la visita nelle case per Natale. Capisci che nulla è scontato, che il Vangelo non passa dai proclami e dalle manifestazioni, ma dentro relazioni personali. Se tu ti giochi nella vita degli altri, e l’altro capisce che quell’umanità che metti in gioco nella relazione te la sei costruita alla scuola di Gesù Cristo, allora la gente ci sta.

Questa Milano internazionale e sempre più riferimento la percepite anche dall’osservatorio della Chiesa?

Io molto, avendo già vissuto a Milano dal ‘97 al 2005. Soprattutto nel periodo di Expo ho visto Milano camminare, l’ho vista ingentilirsi, proiettata ancora di più sull’Europa e sul mondo. Comporta un sacco di cose belle ma anche di problemi, ti mettono dentro a delle sfide.

Che sfida è per la Chiesa?

È la sfida di annunciare il Vangelo non in maniera asettica ma dentro al cuore della vita e della storia, misurandosi con le loro complessità e oscurità. Uno che sta a Milano è costretto a misurarsi con la storia, con il mondo, con il progresso, con la vita che va. Qualche volta è faticoso, ma resta estremamente stimolante. Io vedo quanto i preti di Milano siano “provocati” da questo, anche se costretti a qualche fatica, a qualche botta, a qualche insuccesso.

Fa crescere?

Certo, cresce la città, cresce la vita di quelli che la vivono, il coinvolgimento dei sacerdoti e delle parrocchie in questa realtà che cammina e che provoca. Poi ci sono tanti problemi, quello dei migranti è sotto gli occhi di tutti, ma secondo me ce n’è uno a Milano più sotto traccia ma da considerare più seriamente, il problema della casa. Ci sono parroci di periferia, dove la casa è un problema violento, tra gli abusivi e chi non la trova o la perde, che mi dicono che ci sono tutte le premesse e la tensione di una rivolta sociale. Nessuno la innesca ma la gravità è drammatica, in alcuni quartieri in particolare. Di qui il segnale dato dalla Diocesi, in concomitanza con la visita del Papa, che si è impegnata a prendere alcune case e ristrutturarle per poterle affittare.

Ma al di là dei problemi sociali, qual è per lei l’esigenza più sentita come Chiesa?


È una stagione in cui il clero è affaticato, io lo respiro. Richiede l’attenzione di accompagnare i preti, ascoltarli, rasserenarli, precisare, sgravarli di incombenze. Poi il lavoro vero è tenere sempre l’antenna aperta sul mondo, sulle dinamiche e sulle evoluzioni della società, della vita e della storia. Una sfida decisiva, perché la Chiesa c’è per il mondo. Don Mario diceva che si augura una Chiesa più gioiosa. Credo sia vero, anche perché a volte la gioia dice della bontà di un messaggio. Ne parla anche il Papa: Evangeli gaudium. Un Vangelo senza gioia non arriva, non ha forza, non intercetta. E non è certo la gioia dei superficiali, ma chi sa di avere nel cuore una verità una certezza una forza da comunicare, attorno a cui coinvolgere. Una gioia contagiosa.

La Chiesa di oggi riesce a parlare ai giovani?

È una sfida. Confesso che stiamo facendo una grande fatica. Una comunità di giovani ha bisogno di una comunità di adulti e più che organizzarci a parlare ai giovani dobbiamo fare in modo che siano i giovani a parlarsi tra loro.


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