Il messaggio lampeggia e grida a tutto il mondo che abbiamo una legge in difesa del made in Italy: è la 2624, approvata a Roma con 30 voti il 17 marzo 2010. Amanti del lotto, andate e colpite con questi numeri, verrebbe da dire. Ma i nostri imprenditori non hanno giocato, l’azzardo non fa per loro. Otto mesi fa (in un’estate afosa anche e soprattutto per i bilanci) si contattavano via mail e nel giro di pochi giorni organizzavano una riunione. Erano industriali, e volevano diventare i “contadini del tessile”, seguendo le orme del ministro Zaia per l’olio italiano. Molti li hanno, apertamente o meno, criticati: finiranno nel nulla.Oggi si avvicina una primavera che spazza via il freddo della paura e che fa intravedere finalmente un bocciolo per il tessile italiano. Il miracolo è anche nelle cifre, certo. Quell’unanimità quasi sempre incassata a più riprese, in un pianeta politico che dalle divisioni sembra trarre spesso la sua ragione di vita. Le imprese tessili – con decisione che non è rabbia fine a se stessa – hanno ricondotto questo strano pianeta a volte lontano anni luce, vicino alla realtà. Lo hanno fatto con un grido: «Stiamo perdendo un patrimonio storico, stiamo smarrendo un’identità e posti di lavoro, stiamo cadendo senza un perché». O meglio, esiste un motivo per questa folle crisi, ma non si può restare a guardare: si imponeva il dovere di reagire e tentare di salvare il salvabile. Semplicemente, per usare un’espressione di Marco Reguzzoni, che in questa battaglia ha creduto fin da quella prima riunione nel capannone senza
aria condizionata di Busto Arsizio, «bisognava dare una risposta». (…) E la si è data. Senza illusioni di aver fermato la caduta libera del tessile o di averlo guidato in un posto ragionevolmente sicuro. Si combatte ancora, su questa terra bersagliata da più parti, e suona come l’urlo di un guerriero la frase di Santo Versace: «Vogliamo costringere l’Europa a decidere». L’Europa, come una nuova terra di conquista, una terra da seminare e arare per proteggere il futuro. Ma ci è venuto spontaneo chiedere a un certo punto a Roberto Belloli come avrebbe comunicato la notizia a casa. Come avrebbe spiegato ai suoi figli ciò che era accaduto: «Dirò loro che ho fatto gli interessi di quelli che lavorano con me. I miei collaboratori, i miei dipendenti, amici. Ho detto a questa classe politica in cui finalmente non ho visto schieramenti di partito: aiutate a tenere stretto il mio, il nostro lavoro e a portare a casa lo stipendio anche nei prossimi mesi». Basterà? No, tutti sappiamo che le armi non vanno riposte, che l’attenzione dev’essere spasmodica anche per i prossimi passi di questa legge nata otto mesi dopo il suo concepimento. Lo devono a se stessi e a questa cavalcata senza precedenti, i Contadini. Lo devono ai protagonisti della grande avventura sui telai nei decenni, quelle persone ai quali hanno non a caso dedicato la vittoria: i lavoratori. Da noi non si usa da un pezzo parlare di padroni e operai. Qui c’è una famiglia unita, che vuole sopravvivere. E che ha appreso di saper fare i miracoli, se vuole.
m.lualdi
© riproduzione riservata













