Mercoledì 09 Febbraio 2011

"Addio al Principe del basket
Il nemico più grande di Varese"

di Francesco Caielli

VARESE Davanti a un uomo così, chiunque dovrebbe levarsi il cappello. Cesare Rubini (scomparso ieri notte all'età di ottantasette anni) era, semplicemente, la pallacanestro: tra gli ultimi testimoni di un basket in via d'estinzione, di uno sport che ci sta lasciando. Noi, oggi, vogliamo ricordarlo con le parole di chi lo ha odiato, sfidato e spesso sconfitto: Varese contro Milano, e tutto il resto era noia. «Un nemico - dice sorridendo Aldo Ossola, playmaker della grande Ignis - un acerrimo nemico. Io, da cristiano credente e praticante, non ho problemi a dire che lo odiavo con tutto il cuore. Odio sportivo, però: finita la partita tutto finiva lì e si tornava amici. Oddio, adesso non esageriamo: diciamo che siamo diventati amici quando ho smesso di giocare e ho dimenticato l'odio». Tra le tante parole dette e scritte nelle ultime ore, l'espressione più gettonata: era un signore. «Vero, perché riusciva sempre a fare o a dire la cosa giusta al momento giusto. Ricordo che ai tempi scoppiò una polemica feroce in seguito a una sua intervista sui Giganti del Basket: disse che loro del Simmenthal erano cavalli di razza, noi della Ignis invece dei cavalli da tiro. Come dire che loro erano i signori e noi i provincialotti. Qui a Varese ci incazzammo a morte ma ora dico che aveva ragione lui: perché loro erano i primi della classe, i nobili del basket, quelli col sangue blu. Noi? Ragazzacci, capaci di tirare qualche brutto scherzo ai signori della pallacanestro». Odio sportivo, odio vero: «Ai tempi nei derby scorreva il sangue: ma scorreva per davvero. Ho a casa una foto che mi ritrae mentre mi scaglio contro Rubini durante un Ignis-Simmenthal giocata a Varese: era successo che il loro americano Kenney aveva pensato bene di camminare sulla faccia di Dino Meneghin che era a terra infortunato, rompendogli il naso. Scoppiò un finimondo, ricordo che io andai dritto verso Rubini, con lui che di certo non se ne stava seduto a farsi insultare da me: stavamo quasi per venire alle mani. Ecco cos'erano i derby, allora: dopo quell'episodio il palazzetto si infiammò, in quel momento la partita era punto a punto ma dopo l'incazzatura vincemmo di venti». E poi, lo spazio a un po' di tristezza: «Da quando ho saputo la notizia della sua morte - conclude Ossola - ho dentro un gran magone: un altro testimone dell'epoca più bella che se ne va, e ormai ne sono rimasti pochi. Chissà come sarà triste adesso Sandro Gamba, che con Rubini ha perso il suo maestro di vita».
Altri ricordi, altri racconti, direttamente dalla valigia degli aneddoti di Max Lucarelli: «Avevo diciassette anni - dice l'ex Ignis - ed ero a un raduno della Nazionale juniores. Lui seguiva i nostri allenamenti e a un certo punto mi chiamò da parte: “Senti tu, che sei così alto: vuoi diventare un campione del basket o vuoi diventare un pirla?”. Io venivo da Ancona e quell'espressione, pirla, mi faceva morire dal ridere: gli dissi che tra le due opzioni, sceglievo di diventare un campione. E lui: “Allora impegnati, e quando devi spaccare i denti a qualcuno, prendi bene la mira e tiragli una gomitata secca”». E ancora: «Giocavo a Biella, neopromossi in serie A: alla fine del primo tempo, sul loro campo, stavamo vincendo di dieci. Impensabile e inaccettabile, per una squadra come il Simmenthal che si giocava lo scudetto nelle due sfide con l'Ignis. A un certo punto Rubini si alzò e scagliò una sedia di vimini in campo, sedia che mi passò a un centimetro dalla testa: l'arbitro Ardito gli diede tecnico, ma poi iniziarono a fischiare solo a loro favore e vinsero la partita. Fu un uomo eccezionale che ricordo con il sorriso e un episodio: eravamo a Cortina in ritiro, io e altri due compagni avevamo conosciuto tre tipe di Padova, una più bella dell'altra. Io ero in brodo di giuggiole, pronto a giocarmi le mie possibilità di conquista quando lui, vedendoci da lontano, proruppe in una sonora risata e urlò “A nanna”. Accompagnando tutto con un gesto inequivocabile, che ci invitava a “fare da soli”».

a.confalonieri

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