C’era una volta un eroe a caccia di un lieto fine
Luca Ielmini e la sua piccola Virginia sul campo di Besozzo: l’amore per i colori biancorossi e per 106 anni di storia sono un valore di quelli che si insegnano fin da bambini

C’era una volta un eroe a caccia di un lieto fine

Come una favola - Il nostro maestro Luca Ielmini racconta ai (suoi) bambini la storia biancorossa. L’epopea di questi colori è una moderna Odissea, dove i grandi indossano non le armatura ma un rosso più vivo che mai

Se il Varese fosse una favola – e un poco lo è – sarebbe in continua ricerca di un lieto fine. Dovessimo raccontare questa storia di 106 anni ai bambini, siamo certi che sarebbe proprio questa tensione ad appassionare i nostri piccoli ascoltatori.
Meglio: di lieto fine ce n’è stati, ma poi è successo sempre qualcosa che ha fatto riavvolgere il nastro (spesso provando a cancellare tutto), quasi a voler riassaporare il gusto di un altro felici e contenti che non sarà mai l’ultimo.

Tra maghi e sirene

Provate a raccontare a dei bambini le meravigliose avventure di Ulisse; provate ad avvicinarvi ad Itaca, fate capire loro che forse è la volta buona. Loro pregusteranno il momento, ma in cuor loro spereranno che gli dèi facciano qualcosa, che Nettuno scateni l’ennesima tempesta, che gli uomini di Ulisse ne combinino una delle loro vanificando ogni sforzo. Itaca? Penelope? Telemaco? Non ancora, maestro, riporta Ulisse un poco lontano, perché vogliamo vedere che cosa combina questa volta.
I 106 anni di storia del Varese sono un viaggio davvero pericoloso, fatto di eroi e anti-eroi, di destino avverso e di vento propizio degli dèi. Nella folta schiera dei cattivi, ci sono le sirene ingannevoli dei finti facoltosi e la credulità di tanta parte dell’equipaggio; c’è la maga Circe che tratterrebbe sine die la truppa nelle serie minori; c’è la sete di vendetta di Scilla che decima la squadra; c’è il gorgo mortale di Cariddi, che vorrebbe inghiottire tutto per sempre.

Danzare sopra le ingiustizie

A fronte di tanto dolore, però, in qualche modo se ne viene a capo. Con astuzia, coraggio, perfino incoscienza. Quasi sempre quando pare che non ci siano vie di scampo. La galleria di folli che hanno condotto la nave verso lidi sicuri (non per sempre, ma almeno per un po’) è ben popolata, per fortuna.
Eugenio Fascetti, ad esempio, un Omero toscanaccio che ha incantato tutti con un calcio precorritore, scrivendo una storia indimenticabile cui è mancato – guarda caso – il lieto fine di una promozione in serie A.
E, sulla stessa lunghezza d’onda, il temerario Beppe Sannino, uno cui Polifemo farebbe un baffo: una scalata verso l’alto fatta di imprese mirabolanti, di scampati pericoli, di provocazioni belle e buone; un viaggio interrotto sotto una tempesta proprio quando gli dèi hanno deciso che doveva bastare così.
Per non dire della famiglia Sogliano: il padre Ricky, un burbero volpone col fiuto per calcio e uomini; il figlio Luca, altrettanto burbero, ma quasi solo per timidezza, capace di vedere prima l’uomo dentro cui si muove il calciatore. Due grandi costruttori di truppe solide, invincibili, cadute solo perché gli dèi prima danno e poi tolgono.
E Peo Maroso? Lui, che ha perso il fratello Virgilio a Superga, la tragedia eroica l’ha avuta stampata sulla fronte accigliata per tutta la vita; ha costruito, rischiato, vissuto tutto nel meraviglioso tentativo di riscattare quel dolore incommensurabile.
O il divino Neto Pereira, un Ettore dei giorni nostri, impegnato a danzare sopra le ingiustizie di un talento mai riconosciuto da chi avrebbe dovuto farlo: eppure, sempre in piedi con enorme dignità, col sorriso triste e sincero di chi ha accettato per senso di responsabilità un destino che non gli appartiene per davvero.

Nessuno è profeta in patria

Gli eroi biancorossi non sono solo questi, per carità. Ma ognuno si trovi i propri e veda un po’ se non hanno in sé il seme della più o meno imminente caduta. Eroica, sì, ma pur sempre caduta.
Soprattutto perché la storia del Varese insegna una verità inconfutabile: nessuno è davvero profeta in patria. A Itaca, mentre tu eri in giro a scontare la tua pena, ci sono i Proci che gozzovigliano in casa tua, che spediscono Laerte a vivere come un mendicante, che insidiano tua moglie, che vorrebbero la pelle di tuo figlio. Allora devi farti piccolo, invisibile, diventare uno degli ultimi – un vecchio che chiede l’elemosina – per tornare grande.
Solo a quel punto Itaca sarà di nuovo casa tua. Cioè, un posto normale. Non la serie A per forza, manco la B; semplicemente casa tua, un campo verde su cui c’è una storia in biancorosso da raccontare.

L’erbetta di Cocquio

Per chi scrive, quel posto è un ricordo di bambino: il campo di Sant’Andrea a Cocquio, a metà degli anni ’80, l’estate della retrocessione in C1 a conclusione (rovinosa) del ciclo culminato con l’epopea di mister Fascetti.
Era un Varese-Como amichevole di agosto: non c’era più posto, così papà ci mise sul muro di recinzione. Era la prima volta che vedevamo dei calciatori veri così da vicino; sulle rimesse laterali avremmo perfino potuto toccarli. Noi rimanemmo a bocca aperta, roba da raccontare a tutti gli amici dell’oratorio. Dopo trent’anni, una sensazione – più di altre – ci è rimasta appiccicata addosso: quel rosso vero, vivo che si stagliava sullo sfondo verde dell’erbetta tagliata di fresco.

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