«Giovani, crediamo in voi»
Il presidente di Confartigianato Varese, Davide Galli, ha incontrato nella sede il direttore Caielli e l’editore Galparoli (Foto by Varese Press)

«Giovani, crediamo in voi»

L’intervista - Davide Galli, presidente di Confartigianato: «L’associazione sia compagna di viaggio delle aziende»

È sempre affascinante incontrare una persona innamorata del proprio lavoro: insomma, che trasmette passione. Davide Galli, presidente di Confartigianato, è un uomo così: parla di aziende e territorio, rifiuta i luoghi comuni, e soprattutto si appassiona nell’ascoltarsi. Ed è bello iniziare la chiacchierata con la più semplice delle domande: quella che si fanno due amici, quando si incontrano dopo un po’ di tempo.

Presidente Galli: come va?


Mi guardo attorno e vedo tante realtà che, nonostante tutto, resistono. E soprattutto, restano qui. Se lo fanno, combattendo contro mille difficoltà, è perché c’è un forte amore per questo territorio. Un amore smisurato, per un territorio che non è semplice da comprendere e quindi nemmeno da amare.

Perché?


La nostra provincia è una sola, ma in realtà le province sono tre. C’è il sud industriale, c’è il nord che guarda verso la Svizzera e tende un po’ a isolarsi, c’è il centro. Non è semplice, insomma: ma proprio per questo, ha sempre più senso una realtà come la nostra.

Spieghi.

Negli ultimi anni è cambiato tutto, ed è cambiato anche il modo di vivere il territorio, di vivere l’azienda. Ecco che è nata, di conseguenza, la necessità di politiche associative fatte su misura. E noi, abbiamo imparato a dare del tu a tutti.

Diamo i numeri.


Attualmente abbiamo circa 8.700 aziende iscritte. E anche i numeri sono testimoni diretti del fatto che qualcosa sia cambiato, davvero.

In che senso?

Quattro anni fa gli iscritti erano diecimila. C’è stato un calo, è vero, ma soprattutto è cambiata la tipologia delle aziende iscritte a Confartigianato. Le microimprese, quelle con due dipendenti, sono andate in crisi: ma le aziende più strutturate sono cresciute, si sono evolute. Meno aziende, ma più necessità di aiuto e di servizi.

Cosa vi chiedono le aziende?

Sono sempre di più le richieste di servizi innovativi, servizi che fino a qualche anno fa nemmeno ci immaginavamo. Le aziende vogliono essere accompagnate nei loro processi di innovazione, verso un nuovo modo di fare impresa. Questo si traduce in una sola parola: formazione. E infatti abbiamo una sede, a Busto, che utilizziamo per i nostri corsi e le nostre attività di formazione.

Verso l’azienda 4.0, insomma...?

Ecco, queste espressioni non mi piacciono: se ne abusa, come si abusa del termine startup. Credo che parlare di azienda 4.0 sia un po’ esagerato, perché io le aziende che 4.0 lo sono davvero le ho visitate, in Germania: e sono un’altra cosa, credetemi.

Un’azienda sempre più automatizzata, chiamiamola così, è un pericolo per l’occupazione?


Non prendiamoci in giro: sì. Ci sarà un aumento di professionalità, ma allo stesso tempo anche una diminuzione fisica del numero dei posti di lavoro. Il nostro compito è quello di accompagnare l’azienda in questo percorso: perché fare il salto verso il futuro senza essere pronti può essere molto rischioso. Questo è il processo di sviluppo e, lo dico sinceramente, i risvolti sociali di tutto questo un po’ mi spaventano.

La vostra associazione punta, e forte, sulla comunicazione. Perché?

Perché è importante farlo ed è importante farlo bene. E non sempre è facile convincere di questa cosa i nostri associati. Oggi se non comunichi bene, sei morto: lo fanno tutti, anche il parrucchiere o il ristoratore. Ma bisogna farlo correttamente.

Cos’è Confartigianato, oggi?

Una necessità, un aiuto. Una presenza. È altruismo. Le faccio un esempio. Quando ci capita la possibilità di fare qualcosa - un incontro, una visita, una chiacchierata con un politico - ci poniamo una domanda: questa cosa è utile per noi, o è utile per l’azienda? Se è utile solo per Confartigianato, allora non la facciamo.

La sfida per il domani?


Una sola parola: giovani. Il nostro dovere è quello di investire molto nel nostro rapporto con i giovani e di entrare in contatto con il loro mondo. Che è diverso dal nostro, e che è diverso dal nostro di quando eravamo giovani. Dobbiamo accompagnarli in azienda, sfruttando l’alternanza scuola-lavoro copiando il modello svizzero. E dobbiamo far capire a questi ragazzi che c’è futuro e che il futuro sono loro. Come fanno a credere i loro stessi, se prima non ci crediamo noi?

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