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Jazz, Life's Backward Glances
ovvero la crema di Steve Kuhn

Steve Kuhn in una foto degli anni Settanta (Foto by Pozzoni Carlo)

COMO Steve Kuhn è figura eclettica, la sua produzione in quasi cinquant'anni lo è stata altrettanto. Non di meno lo si può dire della sua (non) affiliazione alle etichette discografiche che lo hanno pubblicato. Una rapida scorsa alla sua discografia rende bene l'idea di un rabdomante. Magari è tornato a incidere per chi lo aveva già sostenuto, ma mai s'è fermato per più di un paio di dischi nelle stesse stanze. Tranne in un caso, durante gli anni settanta, alla corte di Manfred Eicher, Ecm. Non a caso: quei sei dischi erano certo la produzione più eurocentrica di un pianista dal tocco raffinato e la conoscenza enciclopedica. Oggi per la prima volta in cd e raccolti in un sobrio box triplo, Life's Backward Glances, compaiono tre di quelle session, in cui Kuhn è alla guida di tre formazioni diverse: Ecstasy (1974) in piano solo, inciso il giorno successivo a Trance (già disponibile in cd da qualche anno). Motility (1977), in quartetto e Playground (1979) in cui ai sassofoni di Steve Slagle si sostituisce la voce ammaliante di Sheila Jordan. Con cui da qui in avanti la collaborazione si farà assidua. In Playground sono a firma di Steve Kuhn anche le liriche che la Jordan si fa carico d'interpretare con la sensualità di un fraseggio ricco di sfumature timbriche che nulla concede al vezzo. Partner perfetta di un canone estetico, quello di Kuhn, che ha sempre fatto dell'accortezza un proprio marchio di fabbrica. Ecstasy s'inserisce nel filone del piano-solo che proprio in quegl'anni Ecm contribuì a risvegliare, lasciando il microfono aperto a Jarrett, Chick Corea e Paul Bley. Cambio due carte, entra Steve Kuhn, poker d'assi.  Nato a Brooklyn nel 1938, allievo di Madame Chaloff e tenuto a battesimo dallo sfortunato figlio Serge poco più che adolescente, Steve Kuhn si era ritagliato uno spazio già con Kenny Dohram sul finire degl'anni cinquanta, prima di scaldare lo sgabello a McCoy Tyner nel quartetto di Coltrane, un periodo appena riletto in Mostly Coltrane.  Ecstasy offre anche un ventaglio sfaccettato delle caratteristiche compositive di Kuhn. L'apertura di Silver, sul canovaccio di una ballad si muove per blocchi espressivi passando da un'intro impressionista a un tempo che si flette sempre più sotto la spinta modale dell'improvvisazione prima di chiudersi lasciando spazio a un etereo lirismo. Prelude in G è un climax, una sorta di flusso di coscienza in musica. Ulla riporta invece il pianista nell'alveo della tradizione jazzistica, penchant sempre presente in Kuhn anche in un periodo come quello dei settanta in cui molti sembravano volersene sbarazzare. Per averne conferma si salti direttamente alla title-track Motility e ancor più a A Danse for One nel disco in quartetto. Qui su una struttura blues, cui fa da contraltare la brillantezza della percussività al piano, si fanno spazio addirittura echi di barrellhouse. L'unico difetto è che dura appena tre minuti. In Motility a mettersi in mostra è anche il contrabbassista Harvie Swarz, come solista in Deep Tango, come autore di un paio di brani: la lirica Catherine e l'infuocata samba di Places I've Never Been. La band è rodata, Kuhn la guida con destrezza tanto che al cambio di batterista in Playground (Bob Moses sostituisce Michael Smith) non ci sono scossoni. Dove Smith sfruttava una timbrica più ferrosa, la maggiore duttilità di Moses contribuisce a creare la giusta propulsione su cui poggia la vocalità di Sheila Jordan, agile nei duetti con Swarz come nelle improvvise virate swing di Gentle Thoughts. Completano il box una manciata di scatti d'epoca e delle concise ma esaustive note di copertina firmate da Bob Blumenthal. Che si riesca a breve ad ascoltarlo dal vivo? 
Andrea Di Gennaro

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