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di Andrea Confalonieri
A volte sembra uno sport maledetto: chi lo tocca, diventando grande o immenso, muore. Da Coppi a Ballerini. Dev'essere scritto da qualche parte, quasi come tragica legge di contrappasso. Chi è arrivato a toccare il cielo di una montagna, primo sotto il traguardo in bicicletta o in ammiraglia, quasi per reazione da quel cielo è chiamato presto a dare giustificazioni: come ti sei permesso?
Di Ballerini resteranno gli occhi miti e scuri appesi a un sorriso che alla fine conquistava inevitabilmente anche i nemici e gli scettici. Prendeva scelte impopolari, che avrebbero dovuto spaccare o dividere l'Italia, ma a differenza di Lippi alla fine riceveva anche dagli esclusi una calorosa stretta di mano. Perché non è all'autorità che cede il passo l'egoismo ma alla serietà, all'autorevolezza, all'umanità. Questa è la sua lezione. Che Basso, e avrebbe potuto dire la stessa cosa Pantani, ha racchiuso in questa frase: «Quando ero squalificato non mi ha mai voltato le spalle». E non l'ha fatto perché persino quando mostrava il pugno di ferro, Ballerini ci chiudeva dentro un cuore.
Ad Alfredo Martini, costretto da ieri a una salita invalicabile come sopravvivere alla morte di un figlio, Ballerini continuerebbe a sorridere lieve: «Mi hai insegnato ad arrivare in cima, padre mio, ma più in alto di così non posso andare».
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