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Neve, gelo e le corna del Toro
Nulla può abbattere il Varese 

VARESE - Scintille tra Terlizzi ed Ebagua sotto la neve di Masnago (Foto by Enrico Scaringi / Varese Press)

VARESE - Il Varese riscalda nel gelo come un sole fidato. Il Varese non ha bisogno di occasioni, vittorie e gol per lasciare il segno. Sulla neve di Masnago oggi saranno ancora stampate le impronte e i solchi di una squadra che ci ha provato in condizioni disperate, epiche, irripetibili.

Ci ha provato dopo avere resistito al Toro per un tempo (ma erano loro a giocarsi il campionato e lo hanno fatto da buona squadra ma non da grande squadra: zampate mortali come quelle di Meggiorini non si sbagliano, e negli ultimi minuti non ci si fa mettere sotto così). Ci ha provato finché l'ultimo fiocco di neve non ha trasformato il prato in un muro bianco.

Ci ha provato chiudendosi a riccio attorno al totem Terlizzi: tenendosi un ginocchio e giocando su una gamba sola per novanta minuti, ha respinto a testate la furia granata. Ci ha provato con un ragazzo di 21 anni che ha sempre giocato in serie C come Pucino contro un talento da Under 21 come Stevanovic: è stata una guerra nella guerra e il pareggio finale profuma di trionfo biancorosso.

Ci ha provato con Neto Pereira, l'unico brasiliano al mondo che entra in Siberia danzando a piedi nudi, spinto solo dall'amore per la maglia, e riesce a fare venire giù lo stadio, lui che adora l'erba ma gioca quasi meglio sulla neve. Ci ha provato con Zecchin, un omino che sa rotolare come una biglia d'acciaio e, rotolando, abbatte anche il muro più alto.

Ci ha provato con le unghie e con il cuore nel momento in cui scendeva il buio ma saliva una luce dall'anima. Ci ha provato quando il campo era scomparso e la luce dei riflettori, sommersa dalla nevicata, sembrava quella delle stelle nel buio. Ci ha provato quando sembrava che non ci fosse più nulla da provare.

Ed è per questo che diciamo bravi a questi ragazzi coperti di lividi, neri come i ciclisti quando escono da una strada nella foresta e quando cadono sul pavé ma si rialzano sempre.
Bravi a rimanere al vento senza piegarsi. Bravi a restare in piedi su una lastra inclinata verso le corna del Toro, come il generale Maran che urlava: coprite, correte. E loro urlano come lui, e coprono, e corrono. Corrono anche se non si vede più nulla e le gambe sono due pezzi di legno. Urlano anche se il gelo uccide la voce, paralizza il sangue e forse anche il pensiero. Coprono, tornano e avanzano anche se le righe, l'area, l'aria, la partite e il nemico sono invisibili.
 
A Varese non abbiamo bisogno di andare in serie A. A Varese basta un sesto posto in serie B e un piccolo grande 0-0 per dire bravi ragazzi, grazie di avere corso, coperto e urlato quando era più difficile (importante) correre, coprire e urlare che vincere.

A Varese il calcio va oltre i tabellini, le pagelle, le reti fatte o subite, le classifiche e si fonde in quei biancorossi che disperatamente, solo con lo scheletro e le viscere, con il sangue e a petto nudo, tentavano di fermare la neve per arrivare in porta (e se la partita fosse durata un po' di più, ce l'avrebbero fatta), nel momento impossibile per tutti ma non per noi.

Quel cambio finale di Maran ci ha emozionato: dentro Neto Pereira, solo per pochi minuti ma in quei pochi minuti c'era l'urlo infinito di Masnago, tutto il coraggio e tutte le radici del Varese.

Forse il Torino si giocherà il campionato (ma in serie A non ci andrà senza l'umiltà per ammettere di poterci arrivare anche da secondo o dopo i playoff: il nervosismo di Ventura o il vittimismo sugli arbitri dicono che, per ora, non ce l'ha), ma il Varese sarà sempre migliore del Torino nel giocarsi la vita, e la partita della vita, come ha fatto anche ieri.

Andrea Confalonieri

© riproduzione riservata

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