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VARESE Il bentornato gliel’hanno dato i ladri, che forse avevano programmato di arraffare la medaglia olimpica: se l’avesse portata a casa da Pechino, sarebbe già senza. Sorride sereno, Elia Luini: ma i suoi occhi color cielo raccontano la stanchezza di tre anni di sacrifici utili solo a sfiorare il podio sognato. «Adesso stacco, prendo il primo last minute e vado via in vacanza», dice.
Peggio questa medaglia di legno o la delusione cocente del 2004?
Atene fu un trauma: tornai arrabbiato, frustrato, nauseato. Con Pettinari tutto il lavoro di anni andò a rotoli sul più bello: al dunque sembravamo zombi, non eravamo noi. Non vedevo l’ora che l’incubo finisse. Fu dura ricominciare: pensai quasi di smettere. Stavolta non ho di questi fantasmi: sono solo saturo, ed è normale.
Nessun rimpianto?
No, davvero: il quarto posto alla fine si accetta, fa parte dello sport. Abbiamo dato tutto e ci hanno battuti avversari fortissimi, non carneadi che hanno azzeccato la gara della vita. Sapevamo che c’erano quattro barche per tre posti sul podio: magari speravamo di non essere proprio noi gli esclusi...
Come hai vissuto le gare?
Ormai riesco a gestire la pressione. Prima della semifinale ero teso: temevo il replay di Atene, volevo a tutti i costi scrivere una storia diversa. Per la finale ero rilassato: ormai conoscevo il valore della barca, c’era solo da spingere a tutta.
Nel diario che hai tenuto per noi da Pechino hai subito scritto: penso già a Londra.
L’Olimpiade c’è ogni quattro anni e si comincia a vincerla tre anni e mezzo prima, quando parte la preparazione. Nel 2012 avrò 33 anni: fisicamente non crescerò più, ma potrò mantenermi a questi livelli e migliorare tecnicamente. Ci riproverò: e non è detto che sarà l’ultima possibilità...
Il duo Luini-Miani ha un futuro?
Bella domanda. Ha avuto una genesi travagliata: ancora a poche settimane dai Giochi c’erano dubbi sul mio compagno. Il problema, lo dico senza presunzione, è che in Italia ci sono tanti ottimi canottieri, ma non si trova un altro atleta al mio livello come prestazioni.
Come nasce una barca vincente?
L’amalgama di un equipaggio dipende da tante componenti, compreso il possibile “colpo di fulmine” casuale. Tuttavia, senza potenza non si va da nessuna parte: è una dote naturale, su cui non si può incidere più di tanto.
Provare il singolo no?
Ci sto pensando: è anche prestigioso e gratificante. Mettiamola così: se mancano buone opportunità in doppio, il singolo può essere uno sbocco interessante.
Il 13 e 14 settembre ci sono i campionati italiani qui a Varese.
Li farò, anche se ho le pile scariche: lo devo all’Aniene, la mia società, che mi supporta a meraviglia. Poi sarò sul mio lago, sotto casa: non potrei mancare. Ecco, agli assoluti remerò da solo: farò il singolo.
Quando scade il contratto con l’Aniene?
Proprio quest’anno: ma lo dico sottovoce, se no piovono offerte. Mi trattano bene e sono contenti dei risultati: a Pechino ho parlato col presidente, ci sono tutti i presupposti perchè il rapporto prosegua.
Poi gli Europei.
Il 20 settembre ad Atene sarò in barca con il mio amico Simone Raineri, che ha vinto l’argento col quattro di coppia: nell’ultimo anno siamo stati spesso in camera insieme, in Grecia vogliamo divertirci un po’. Dopo, per qualche mese non voglio più sentir parlare di barche: farò tutti gli sport possibili per tenermi in forma, a patto che siano... terrestri.
Per esempio?
Adoro la mountain bike e lo sci di fondo. L’anno post olimpico è l’unico in cui si può tirare davvero il fiato: non ci sono obiettivi che ti diano stimoli sufficienti a sopportare la fatica, i viaggi, le uscite invernali. Il prossimo grande traguardo sono i Mondiali di Poznan 2009, prima tappa del lungo cammino verso Londra.
A Pechino i remi azzurri non hanno dettato legge: non siamo più una potenza?
Lo siamo ancora, ma dobbiamo svegliarci. Vent’anni fa eravamo all’avanguardia nei sistemi di allenamento: fummo i primi a fare stage in quota, adesso li fanno tutti. Però da allora noi ci siamo fermati, le idee sono circolate e gli altri pian piano ci hanno raggiunti. La Federazione deve investire nella ricerca, trovare nuovi metodi che ci restituiscano quel vantaggio perduto.
Alla vigilia si è polemizzato sull’opportunità di sfruttare l’occasione per contestare in qualche modo il regime cinese.
Noi eravamo blindati, c’erano divieti inediti, ho saputo che la tv ha censurato persino slogan innocenti. Ci trovavamo lì per fare sport: abbiamo accettato le condizioni ambientali e ci siamo concentrati sulle gare. I contatti con gli atleti cinesi? Radi e difficili: lì l’inglese è poco diffuso, lo scambio di informazioni era arduo.
Che Cina hai visto?
Quella che ci hanno voluto mostrare. Un Paese in maschera, con una facciata di plastica dietro la quale c’è un popolo intellettualmente segregato, che non conosce il mondo esterno, con tanti ricchi e tantissimi poveri. La società cinese è una piramide burocratica micidiale: nessuno muove un dito senza l’autorizzazione del diretto superiore. Non capisco come possano vivere così.
È il mito orientale dell’organizzazione.
Infatti sotto questo profilo sono stati Giochi perfetti, simili a Sydney, lontani anni luce dal caos di Atene. Ma nella quotidianità è negata l’autonomia alla gente. Il tassista che ci accompagnava non è mai uscito da Pechino in vita sua: non ha mai visto la Grande Muraglia, che è lì a un tiro di schioppo! Il giorno in cui i cinesi avranno libertà di pensiero, scopriranno le alternative al loro sistema e faranno un’altra rivoluzione.
Stefano Affolti
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