«400 chilometri in 100 ore nel deserto del Gobi con un gps, acqua e le due campanelle di papà»

«400 chilometri in 100 ore nel deserto del Gobi con un gps, acqua e le due campanelle di papà»

La corsa da record della bustocca Marta Poretti all’ultra maratona d’Asia: «Sì, ci sono andata per vincere»

Non è da tutti correre ininterrottamente per quattro giorni. Come non è da tutti farlo dormendo soltanto sei ore in quei quattro giorni, magari considerando il fatto che devi correre nel Deserto del Gobi, dove prima ci si scioglie e poi si rischia il congelamento. Figuriamoci se è da tutti fare quanto scritto finora vincendo una gara e stabilendone il nuovo record di categoria.

Ma se qualcuno volesse provarci dovrebbe chiedere di Marta Poretti, 40 anni, originaria di Busto Arsizio, che alle quattro di notte del 2 ottobre è riuscita in quello che non è da tutti fare: vincere una delle Ultra maratone più dure del mondo, l’Ultra Gobi. E aspettate, perché se questo non bastasse potrebbe raccontarvi di quando ha vinto la Boavista Ultramarathon, delle sue partecipazioni al Tor des Gèants e alla Manaslu Trail Race, e dei tanti altri grandi risultati che riempiono il suo curriculum.

Marta, primo posto e nuovo record nella categoria femminile. Pensava veramente di poter raggiungere questi risultati?


Certo, ma non l’ho mai detto per scaramanzia. Io sono andata al Gobi per vincere, quindi sono molto felice e orgogliosa di esserci riuscita stabilendo pure il nuovo record femminile: 100 ore e 12 minuti, stiamo parlando di otto ore in meno rispetto al vecchio record.

Come mai ha deciso di partecipare all’Ultra Gobi?

L’anno scorso ho partecipato a una gara in Nepal che si articola intorno al Manaslu, una delle montagne più alte del mondo. Tra i partecipanti c’era un organizzatore dell’Ultra Gobi che mi ha proposto di disputarlo, così ho mandato il mio curriculum sportivo e mi hanno invitato come atleta elite.

Ci racconta la sua gara?


È stata un’esperienza particolare, fisica ma allo stesso tempo anche mentale. All’inizio ero un po’ preoccupata, sia per la gara che per il contesto visto che stavo andando in un paese straniero dove non conoscevo nessuno. Inoltre il giorno prima della partenza della gara ho avuto dei problemi intestinali, ma nonostante tutto sono riuscita a stare tranquilla e a centrare i miei obiettivi. Durante la gara mi sono gestita bene, ho seguito i consigli della mia nutrizionista Elisabetta Orsi e ho cercato di godermi la natura, soprattutto quando sono rimasta da sola; il deserto è capace di regalare paesaggi incredibili, cieli stellati spaziali e scorci inaspettati dai quali ho cercato di prendere la forza per andare avanti.

Quando ha tagliato il traguardo cos’ha provato?

Quando corro è come se entrassi in una dimensione parallela, quindi è stata una sensazione particolare: da una parte ero felice di aver concluso la gara come volevo io, ma dall’altra c’era un po’ di malinconia nel tornare alla normalità dopo quattro giorni così intensi. Inoltre a parte i giornalisti, gli organizzatori e i medici al traguardo non c’era nessuno, è stato strano anche quello.

Il supporto da casa però non le è mancato, giusto?


No assolutamente. I miei genitori e Marco, il mio compagno, mi hanno seguita sempre grazie alla possibilità di vedere sul sito della gara il percorso di ogni atleta. Poi portavo sullo zaino due campanelle regalatemi da mio padre che suonando mi ricordavano di loro.

C’è un episodio particolare che ci vuole far conoscere?


Stavo correndo in solitaria, quando a un certo punto mi sono accorta che si stava avvicinando un ragazzino cinese, uno dei più giovani dei 43 partecipanti. Insieme abbiamo fatto molta strada, ma avevo come la sensazione che in qualche modo mi stesse seguendo. E in effetti era proprio così; un’interprete mi ha poi spiegato che quel ragazzo era alla sua prima esperienza di questo tipo e aveva avuto dei problemi con il gps, così ha iniziato a seguirmi per non perdersi. È stato divertente fare... il gps umano.

Entriamo nel dettaglio: cos’è l’Ultra Gobi?


È una ultra maratona, ovvero una corsa a piedi su distanze molto lunghe. Questa prende il nome dal luogo dove si tiene, il Deserto del Gobi, e consiste in un percorso di 400 km da percorrere in meno di 150 ore e in autonomia alimentare.

Cioè?

Significa che non ti danno da mangiare, ma soltanto dell’acqua e solo nei checkpoints situati ogni 10 km sul percorso. Ci sono poi delle Rest Stations ogni 50 km dove puoi dormire e prendere il cibo che ti eri preparato; infatti il giorno prima della partenza ti vengono consegnate delle scatole da riempire con quello che vuoi mangiare e poi queste scatole vengono distribuite nelle varie stazioni. Devi gestire il cibo.

Prima ha nominato i gps. Quindi non ci sono segnali sul percorso?

No, nessuno. Ti devi affidare al gps e portarti le pile di scorta perché se si dovesse scaricare ti perdi. È una delle tante difficoltà dell’Ultra Gobi.

Le altre quali sono?

Innanzitutto la temperatura, alta di giorno e molto bassa di notte. Bisogna prestare attenzione ai diversi tipi di terreno visto che passi dalla sabbia ai sassi, dai canyon alle montagne a quasi 3300 metri di altitudine. Poi ci sono la solitudine, che ho combattuto registrando alcuni video con la GoPro e concentrandomi sui dettagli del panorama, e il problema delle fiacche; in ogni Rest Stations ci sono medici, mi sono sempre fatta controllare perché se vengono devi fermarti.

Si riesce a dormire?


Se vuoi vincere, pochissimo. In 100 ore avrò dormito 6 ore più o meno, però mi sono allenata parecchio tra aprile e giugno facendo gare lunghe sia a piedi che miste, quindi in mountain bike o in canoa considerando che faccio anche triathlon: mi sono servite molto.

Veniamo a lei: come è nata questa passione?


Deriva tutto dall’alpinismo. Prima di iniziare a praticare questo sport facevo equitazione, ma dopo essermi laureata ho approfondito l’amore per la montagna frequentando dei corsi di alpinismo dove ho conosciuto alcuni ragazzi che facevano triathlon, così ho iniziato ad affacciarmi a questo mondo prima di provare a correre in queste manifestazioni.

Ha un programma di allenamento particolare?

Sì, ma e flessibile e non impossibile. Tiene conto del fatto che ho un lavoro – responsabile finanziaria in un’azienda del settore aereonautico – e delle mie volontà visto che me lo sono preparato da sola. Per la parte tecnica ho invece un allenatore di Varese che si chiama Matthew Ramaglia. Cosa faccio? Ascensioni in quota, trekking, bici, nuoto, yoga e pilates.

Deve fare molti sacrifici o riesce a vivere anche “normalmente”?


Vivo da sola e non ho una famiglia, quindi questo mi porta a essere più libera. Ovviamente la mia vita sociale risente di quella sportiva; infatti i genitori o gli amici li vedo poco, ma non sono una persona che sacrifica qualsiasi cosa per lo sport. Se facessi così dove sarebbero il divertimento di praticarlo e il bello della vita?

Abbiamo capito che non sta mai ferma: qual è la prossima tappa?


Non lo so. Adesso mi godo il momento, ma inizierò sicuramente a prepararmi per un’altra grande avventura.

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