Giovedì 10 Luglio 2014

«Finisce la musica, iniziano le lacrime»

Marco Caccianiga con il ct della Selecao Felipe Scolari quando allenava il Chelsea

Quello brasiliano è il popolo degli estremi e dei colori forti: le vie di mezzo e le tristezze del grigio, non le considera per costituzione. Si ubriaca di gioia e musica per buttare fuori tutto il bello dello stare al mondo ma non ha vergogna di piangere davanti ai suoi drammi. Offre scenari di abbacinante bellezza alternandoli alla povertà più totale di una favela. Vive di calcio vincendo più Mondiali di qualunque altra nazione ma quando perde una partita, diavolo, la perde per davvero. 7 a 1, senza appelli e senza mezze misure. E lacrime, senza pudore e senza vergogna.

I funerali di Ayrton Senna come quelli di un sogno, l’altra sera, allo stadio di Belo Horizonte. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo immaginato il dramma del popolo carioca: l’abbiamo fatto nostro grazie al varesino più brasiliano (o al brasiliano più varesino?) del mondo. Sì, lui: il nostro Marco Caccianiga, sangue verdeoro in salsa biancorossa.

«Sto giocando un torneo coi miei bambini - ci ribatte urlando - piccole pesti che vanno dai sei ai dodici anni. Ho fatto io le squadre: ho messo insieme i più piccolini e gli ho fatto fare la Germania, quelli più grandi invece sono il Brasile. Hanno vinto 15 a 3. Sì: sono un bambino, un bambino che non è cresciuto. Chissenefrega: io il disastro di Belo Horizonte lo esorcizzo così». Il Caccia è questo: papà di tutti i bimbi che sognano dietro a un pallone con una maglia biancorossa, e passione brasiliana. E in tanti hanno pensato a lui, mentre la Germania piantava dentro un gol dietro l’altro.

Noi ci proviamo, a chiedergli cos’è successo: «Si è rotto lo spartito, tutto qui: succede e non è un dramma. Ecco perché dall’altra sera io amo la Selecao più di prima».

Si è rotto lo spartito, ma questa il Caccia ce la deve spiegare. «Il calcio in Brasile è un’altra cosa, non è uno sport e non è nemmeno un gesto tecnico. È la sintesi tra la poesia di un tocco di palla e la musica popolare. Una giocata di Ronaldo equivale a un assolo di Joao Gilberto o a un vocalizzo di Elis Regina. La commistione tra calcio e musica in Brasile è totale, l’uno non esiste senza l’altra e viceversa. Si è rotto lo spartito: la gente non si è arrabbiata ma ha pianto, perché così si fa quando una musica si interrompe all’improvviso. Duecento milioni di persone erano lì che si aspettavano l’assolo, e di colpo è venuto giù il palco. Lacrime, non rabbia. Questo è il Brasile, che si è mostrato davanti al mondo».

Eppure tutti quanti lo sapevano che la Germania era più forte: tutti tranne voi carioca? «Io, che brasiliano lo sono solo nel cuore e non geneticamente, lo sapevo. E lo dicevo ai miei amici: occhio, questa è la Selecao più scarsa degli ultimi vent’anni. Occhio, che in questa squadra non c’è musica: si è rotto il Surdo, che è il tamburo del Samba ma è anche il centrocampo. Quello che dà il ritmo, che fa ballare tutti gli altri: questa squadra non ce l’aveva. Aveva tutto il resto: la voglia di ballare, il coraggio di sognare, la felicità. Ma senza il Surdo il Samba non si balla, senza centrocampo le partite non si vincono». E infatti, 7 a 1: «Dopo il primo gol, tutte le paure e le pressioni sono crollate addosso alla squadra, travolgendola. E la Selecao ha provato a fare musica, ma ha vinto la paura: la sensazione che stava ammazzando duecento milioni di brasiliani. Ha fatto musica, ma invece del Samba ha suonato una canzone di Gigi D’Alessio: quindi 7 a 1, meritatissimo. Per una Germania che dalla partita con noi esce più forte di quella che è in realtà. Occhio: in finale non troveranno una squadra molle e impaurita come il Brasile».

Ma come e dove l’ha vista, la partita, il Caccia? «Nella Catedral du Samba di viale Aguggiari: casa mia, con amici selezionati. Ho vissuto il dramma di quegli otto minuti di follia, quando il palco è crollato».

Ma è stato bello vedere come in tanti, qui a Varese, si siano immedesimati nel dramma del Caccia riempiendo la sua pagina Facebook di messaggi. «Bellissimo, mi ha fatto un piacere enorme. Al di là di quelli che hanno preferito infestarmi la bacheca con le prese per il culo più bieche, che sono subito stati cassati dalla lista degli amici. Gente piccola: un po’ come quei genitori frustrati di alcuni bambini che alleno, che sbraitano dalle tribune perché vorrebbero che i loro figli diventino quello che loro non sono stati. Frustrazione: voi non capirete mai lo spirito del Samba, voi non sarete mai musica. Voi siete, semplicemente, solo calcio».

Francesco Caielli

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