Rambla ferita. «Noi, veri miracolati   a due passi dal terrore»

Rambla ferita. «Noi, veri miracolati

a due passi dal terrore»

Guido Mungai di Busto Arsizio era in un negozio a 200 metri dal furgone schiantato. In vacanza con la famiglia a Calella, era alla seconda visita in città in pochi giorni: «Passeggiavo lì pochi istanti prima»

Guido Mungai, oggi, lo sa. Guido Mungai oggi lo ammette senza vergogna: «Sì, sono un miracolato». Guido Mungai è un bustese che giovedì alle 17 si trovava in un negozio lungo La Rambla a Barcellona. A neanche 200 metri da quel chiosco dove il furgone della morte guidato da un fanatico dell’Isis si è schiantato, lasciando sulla sua scia 14 morti e decine di feriti.

Guido Mungai assieme a dei compagni di viaggio, mezzora prima dell’attentato

Guido Mungai assieme a dei compagni di viaggio, mezzora prima dell’attentato

L’acquisto di un souvenir, magari la curiosità delle signore di vedere proprio quella vetrina, hanno salvato lui, la sua famiglia e altre due famiglie di amici che erano con loro. Un gruppo di 11 persone che giovedì, per la seconda volta nel giro di una settimana, aveva deciso di spostarsi da Calella, dove si trovano in vacanza, a Barcellona.

Tutto in pochi attimi

«Sebbene abbia scampato la morte per una manciata di minuti non ho visto niente - racconta oggi Guido - Non ho nemmeno sentito il botto proprio perché mi trovavo dentro un negozio sulla parte laterale de La Rambla. Ma sì, fino a pochi minuti prima stavo passeggiando proprio lì, nella zona centrale pedonale della famosissima via». Già, la via di Barcellona per eccellenza, che da plaza de Catalunya porta verso il mare. «Ho realizzato che era successo qualcosa quando sono uscito dal negozio e ho visto due poliziotti ad armi spianate correre verso il centro de La Rambla, seguite da un loro collega in borghese che in quel preciso istante ha estratto la pistola. Ma è successo tutto molto rapidamente, vedevo la gente che si dirigeva verso il mare, non si capiva cosa fosse successo, nessuno diceva niente, solo i poliziotti urlavano a gran voce di allontanarsi, di spostarsi verso sud».

Telefonini alla mano. Le prime voci. Le notizie che si rincorrono vorticosamente. E ancora, le pattuglie che arrivano in massa. Le sirene, che urlano incessanti. Le squadre speciali rovesciate dai mezzi sulla via che fino a pochi minuti prima brulicava di vita. «Ci siamo trovati nel mezzo di un caos generale dove però la cosa più angosciante era che non c’erano notizie certe - continua il suo racconto Guido, con moglie e figli adolescenti a fianco - Si è iniziato a parlare di terroristi armati in fuga, asserragliati in un ristorante lì vicino, con degli ostaggi. La sensazione peggiore era proprio che non si sapeva se e quando tutto sarebbe finito».

Poi, pian piano, le prime certezze. Il cosiddetto ritorno alla normalità o forse il banale istinto di sopravvivenza. «A differenza della volta precedente avevamo raggiunto Barcellona in treno - ricorda Guido- e ovviamente quando siamo riusciti dopo una lunga camminata per vie traverse a raggiungere la stazione di plaza de Catalunya ci hanno detto che lo scalo era chiuso e tutti i convogli fermi in seguito a quanto successo».

Agenti in borghese ovunque

Guido e la sua comitiva riescono poi, dopo parecchi chilometri macinati a piedi, a raggiungere una stazione secondaria e da lì a prendere un treno per Calella. Ma quella camminata la scorderanno difficilmente. «Era una situazione surreale - racconta ancora Mungai - Alcune persone che tornavano dal mare neppure sapevano che era successo qualcosa di grave, mentre i marciapiedi erano pieni di altra gente disperata, sotto choc, accasciata su se stessa o con lo sguardo perso. Ognuno, del resto, reagisce come può e come gli riesce. Anche nel nostro gruppo c’è chi ha subìto maggiormente la situazione e chi meno, va così...»

I blocchi posizionati lungo la passeggiata di Calella

I blocchi posizionati lungo la passeggiata di Calella

Va così. Ma c’è un’ultima cosa che Guido ci tiene a sottolineare. E cioè che Barcellona non era impreparata a quanto accaduto. Che Barcellona non ha sottovalutato ingenuamente il pericolo. Anzi. Spiega Mungai: «In quegli attimi velocissimi impiegati per lasciare La Rambla ho notato almeno venti persone insospettabili, e insospettabili significa in canottiera e costume da bagno, che aprivano i cofani di altrettanto insospettabili automobili e ne estraevano giubbotti anti proiettile, distintivi e armi d’ordinanza. Poliziotti in borghese. Erano ovunque. E anche l’emergenza è stata gestita velocemente ed ordinatamente nei limiti del possibile, senza mai generare il panico nella gente già naturalmente spaventata di suo».

Barcellona. Che oggi urla “No tinc por”, non ho paura. Barcellona. Che marcia compatta e applaude inneggiando alla vita. Barcellona. Che accoglie senza polemiche quel re che i catalani disconoscono. Perché oggi siamo tutti uno, siamo tutti vittime, siamo tutti superstiti. Come Guido e la sua famiglia. Come noi, che su quella strada ci abbiamo lasciato un pezzo di vita, di cuore, di spensieratezza.

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