Solbiati torna da profeta in patria. Al Baff per la prima assoluta di Sphinx
Alessandro Solbiati

Solbiati torna da profeta in patria. Al Baff per la prima assoluta di Sphinx

Il maestro tra Molini Marzoli e San Giovanni: «Trovo un festival in ottima salute, ma che sogno se la musica entrasse in aula...»

Il gran ritorno al Baff del “local hero” Alessandro Solbiati: «Trovo un festival in ottima salute. Ha un’enorme capacità di aprire ventagli». Ieri sera in Basilica di San Giovanni, per il trentesimo anniversario del coro Cantosospeso del maestro italo-brasiliano Martinho Lutero, la prima assoluta dell’esecuzione del brano di Solbiati “Sphinx”.

«È la prima volta che partecipo al Baff come ospite, come compositore» rivela il sessantenne bustocco, che aveva curato insieme a Michele Tadini la sezione di videoarte nei primi anni del festival sotto la guida di Gabriele Tosi. «”Sphinx”? Meraviglioso e difficilissimo. Dà il senso dello stupore» parla così del brano l’eclettico Nicola Conti, membro di Cantosospeso ma protagonista ieri ai Molini Marzoli anche come autore del documentario sulla musica brasiliana “Coruja”. Il maestro Lutero ne parla come della «chicca del concerto» ammettendo che «è bellissimo ma non è facile da eseguire».

Lo racconta così Alessandro Solbiati, intervenuto ai Molini Marzoli insieme al musicologo don Luigi Garbini: «Più di vent’anni fa ho voluto fare un progetto immenso e un po’ folle, che non è mai stato eseguito nella sua globalità ma solo a “pezzi”, vale a dire mettere in musica la decima delle Elegie Duinesi di Rainer Maria Rilke. È l’ultima, e mi aveva totalmente preso dall’arco narrativo, un’ode al dolore come immensa forza che ci permette di andare a fondo di noi stessi, mentre al giorno d’oggi, per sintetizzare Rilke, esorcizziamo il dolore per evitarlo. Per descrivere questa immagine, Rilke illustra la “città dei vivi”, il luogo della superficialità, oltre la quale c’è un immenso territorio un po’ grigio che due giovani percorrono un cammino, incontrando una sfinge, non quella del Nilo, non ben definita. Nel silenzio e nel vuoto totale, appare il luogo del mistero assoluto, della domanda senza risposta. Ho pensato che lo svuotamento di fronte ad un grande viso che si mostra nudo non potesse essere che il coro da solo: e questo brano isolato e isolabile è “Sphinx”».

Per Solbiati l’occasione di tornare al B.A. Film Festival da “propheta in patria”, anche per dire la sua sulla musica: «Va ascoltata, ma chiede il nostro tempo - spiega - io lo dico sempre, esiste una storia dell’arte figurativa e della letteratura, ma è estraneo alla cultura di oggi il concetto di storia della musica. Limitato ai cd di musica classica che vanno da Bach a Tchaikovskij, buttati lì nei cestoni degli autogrill. Non dico di insegnare storia della musica, ma sogno licei in cui quando un docente di lettere parla di Ariosto, “mettesse su” una musica del ‘400 del centro Italia. O un compositore del ‘300 quando si parla di Giotto in storia dell’arte figurativa. A quel punto io e altri che scrivono musica oggi non saremmo più considerati dei marziani».

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