«Con una favola provo a immaginare il futuro. Ci troviamo davanti a un inizio, non una fine»

«Con una favola provo a immaginare il futuro. Ci troviamo davanti a un inizio, non una fine»

Con “Numero primo” l’attore Marco Paolini arriva a Varese: «Stavolta non mi confronto con la memoria»

Con Marco Paolini il futuro è qui.

Sarà dedicato alla tecnologia e all’Italia che verrà il novo spettacolo “Le avventure di Numero primo”, dell’attore, autore e regista, in scena venerdì 17 e sabato 18 novembre, alle 21, al teatro Openjobmetis di piazza Repubblica a Varese. Con una “fiaba per adulti”, inaspettata e moderna, Paolini darà il via alla rassegna «Gocce» di Arci Rag Time.

Noto al grande pubblico per “Il racconto del Vajont” e come autore e interprete di narrazioni di forte impatto civile, Paolini questa volta farà un salto in avanti di una quindicina d’anni immergendo il suo monologo in ambienti e i paesaggi veneti che gli sono cari, ma con una connotazione immaginifica dalla Gardaland diventata enorme alla fabbrica di Marghera che produce neve, per sopperire ai cambiamenti climatici.

Dopo la scienza voleva occuparsi della tecnologia e col coautore Gianfranco Bettin ha dato vita a un libro e allo spettacolo che ne è tratto.


Al centro della narrazione c’è Ettore, fotografo free-lance della “vecchia guardia”, ma c’è anche il punto di vista singolare di Numero Primo, un bambino di cinque anni che gli fa scoprire ansie, responsabilità e tenerezze di una paternità insperata.

Cosa le ha fatto scegliere questo progetto teatrale?


La voglia di confrontarmi col presente. Da me si ci aspetta un lavoro di memoria. Volevo in qualche maniera prendermi il rischio di immaginare il futuro con piedi ben piantati nell’oggi, che è un terreno difficile da definire perché scivola inesorabilmente verso il domani. Sembra quasi che non se ne venga fuori, quindi serve una storia, anzi una fiaba che faccia immaginare e non raccontare. La fiaba deve contenere delle parti presentate in maniera dubitativa, ma con un riscontro nel sentire comune.

È una fiaba fantascientifica?

Quando si associa il futuro alla fantascienza, c’è dietro di solito una visione distopica. Io non emetto giudizio sul futuro, per me è aperto e sospeso. Sarei un ipocrita a trattare i benefici del progresso rispetto ai rischi o viceversa. Devono essere entrambi presenti, perché in un ragionamento ci sono dubbi e apprezzamenti. Credo sia l’atteggiamento giusto, altrimenti è un bofonchiare che non cambia nulla.

C’è qualcosa del Nord Est futuribile di cui racconta che le piacerebbe e cosa, invece, la spaventa?


È una previsione che non vuole indovinare, ma serve a far sorridere. Parlo di realtà che conosco bene. Siamo abituati a “digerire” una Los Angeles cinese, come ce la presentano in Blade Runner, ma perché dovrebbe essere meglio d’immaginare Venezia con le bianche scogliere di Marghera. Certo, mi potrebbero legittimamente chiedere cos’ho fumato, ma con Gianfranco Betti, siamo cresciuti e ci siamo radicati in questa terra che abbiamo contestata, descritta, combattuta e amata. Ci facciamo detestare da bastian contrari. Siamo veneti di minoranza - in politica -, ma in questo caso il cambiamento di cui parliamo non è immediato e non si tratta dello scenario politico. Bisogna andare oltre. La gestione delle cose dell’oggi nasconde una miopia su una prospettiva. C’è chi usa la dicitura “tecnodestino inevitabile”. A me non piace l’inevitabilità. Ho rispetto del fato - come lo immaginavano i greci che lo separavano dal destino - è un incidenza su cui gli dei tecnologici non posso più di tanto agire. Il destino, invece, si scrive e che lo facciano solo ingeneri della rete non mi va. Bisogna giocare non solo facendo catenaccio. Gli intellettuali che parlano di pericoli della rete, sembrano farlo senza grande cognizione ed essendo più legati a quel certo bofonchiare di cui parlavamo prima. Parlarne nei teatri è un eleggerli a luoghi in cui l’intelligenza si fa plurale, in cui si crea un’empatia profonda tra chi è sul palcoscenico e chi è tra il pubblico e si viene legati da un’emozione. Queste esperienze hanno un valore sempre maggiore in tempo in cui i dispositivi tecnologici tengono gli altri in secondo piano.

Con quale sensazione le piacerebbe che il pubblico andasse a casa?

Con la sensazione di trovarsi di fronte a un inizio e non a una conclusione. Immagino che per qualcuno questa cosa solletichi divertimento e anche fastidio. Quasi sempre il futuro crea passione e rigetto a un tempo, come accadeva a me quando leggevo di fantascienza, perchè nello sforzo di immaginare fatalmente si vanno a toccare i “santi”, le cose che ci sono più care, la nostra fragilità del vivere che vorremmo fosse solido. Non ho certo definito io come “liquida” questa civiltà.

Questo lavoro ha debuttato quasi un mese fa. Finora quali sono state le reazioni?

I più giovani lo accolgono come un inno e ci si immergono. In questi giorni, in cui sono stato a Palermo, hanno mostrato di riconoscere in questo il loro mondo, anche se parlavo del futuro. Chi ha la mia età (61 anni, ndr) o è più grande o poco più giovane, fa fatica a considerare un altro punto di vista, ma non vorrei che per questo si chiamasse fuori automaticamente, perché la storia ha molto da raccontare anche a loro.

Il papà che interpreta può essere considerato un moderno Geppetto?

Geppetto ha un po’ l’aria del “buon coglione”, mentre Ettore è più simile al vero eroe troiano. È un guerriero disarmato, ma dotato di coraggio. Deve affrontare delle difficoltà mica da ridere e tra queste c’è anche l’educazione di un figlio, che rappresenta una grande sfida perché mette in discussione un luogo comune sulla paternità. Abbiamo, infatti, il rovesciamento dell’assioma e, in questo caso, è la madre ad essere incerta. Il futuro non mette in discussione solo le macchine, ma anche il modo di considerare le cose semplici della vita che sono quelle capaci di sorprendere maggiormente nel cambiamento tecnologico. Dovremmo essere pronti a metterci in discussione. Soprattutto il corpo rischia di essere quello messo di fronte a concetti nuovi. Dall’inter-connettività alle neuroscienze, potranno renderci degli umani diversi da come siamo stati finora e più o meno potenti a seconda di quanto ci potremo permettere. Almeno a teatro in una storia si più cominciare a scherzare e pensare a questi sviluppi. La cultura serve a questo, altrimenti è sempre in ritardo. A volte bisogna cercare di immaginare. Questo “alza l’asticella”, richiede uno sforzo per gli spettatori. Me ne rendo conto. Mettetelo in conto se decidete di venirlo a vedere. È una minaccia (conclude ridendo).

Sono disponibili i biglietti d’ingresso interi per platea a 30 euro, prima galleria a 25 e galleria a 20 e ridotti rispettivamente a 28; 23 e 18 e per studenti a 25, 20 e 15 euro. Le prevendite sono presso gli Uffici Rag Time, Via Monte Golico 14; supermercati COOP; Varese dischi, Via Manzoni 3; www.vivaticket.it. Per info e prenotazioni: arciragtime@gmail.com.

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