Dall’amore per la poesia alla scrittura di libri horror

Dall’amore per la poesia alla scrittura di libri horror

L’artista e disegnatore Lorenzo Dariol, classe 1983, racconta come nasce questo «tabù espressivo»

Una lettura consigliata agli amanti dell’horror, la corposa raccolta “Tutti i racconti”, Lulu edizioni, dell’eclettico artista e disegnatore varesino Lorenzo Dariol, classe 1983. Sin da ragazzo Dariol scriveva canzoni e poesie d’amore per le prime fidanzate del liceo, poi dalla vena poetica è passato alla scrittura horror. In bilico fra horror e surrealismo, gli originali racconti, pubblicati in carattere gotico, colpiscono per la crudezza del linguaggio e l’immediatezza delle rappresentazioni. Come nasce l’amore per la scrittura horror? «L’horror è un tabù espressivo – spiega Dariol - come lo sono il sangue e la morte, ma scritto acuisce il fascino del protagonista. Trasforma le mie pulsioni più forti in opera d’arte, e, così facendo, mi libero dal mio personale mostriciattolo, quello che alberga in ognuno di noi, ma che molto tacciono per contegno. Così mi libero del tabù della parola non detta e delle aberrazioni percettive e mi pacifico. Oltre che una passione, la scrittura può essere considerata anche una terapia. Qui viene a comparire un mio amico carissimo, un chitarrista autodidatta e magnifico di nome Matteo, che conosco da quando ho 4, 5 anni, con lui ho conosciuto il Metal e l’horror d’autore, soprattutto Dario Argento». Non si tratta il primo libro che pubblica perché ha già alle spalle alcuni lavori di disegnatore: «Ho pubblicato alcuni lavori grafici come Onirica, che ho fatto con Officina Lombarda, della curatrice Fabrizia Buzio Negri, ho partecipato ad una mega mostra a Barcellona, ma sempre come indipendente».

Quali sono i suoi riferimenti nel genere horror e nella poesia?

Stephen King, Dario Argento, Lovecraft, molti autori moderni anche se più commercialotti, e, nella poesia, la follia benedetta della Merini, il cantautorato italiano melodico degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, fino ai giorni d’oggi e, nel bene e nel male, la poesia di strada rap e hip hop.

Sulla copertina rigida e nera campeggia una rossa struttura grafica a 3 D, che cosa rappresenta?

Il simbolo in 3 D è prodotto da me con autocad, simboleggia la follia e il dedaliano. Come fu per Hellraiser di Barker, una sorta di scatola magica, un nodo nello spazio-tempo della mia creatività. Di solito realizzo illustrazioni di carattere surreale, e ho fatto parecchie mostre a Varese, anche con la Pro Loco e Artisti in Movimento. Il surrealismo per me ha molto a che fare con la natura horror dei miei testi, soprattutto il molle e l’indefinito, dell’incubo e del sogno che rientrano dalla porta sul retro, con le proprie mostruosità. Creativamente, questo si traduce in dinamiche non sempre reali, ma presenti nei sogni e incubi che nascostamente facciamo tutti.

Nella sua vita realizza anche sculture in ceramica, in particolare cigni. Come mai ha scelto una creatura apparentemente così lontana dall’horror?

Sono cigni pagliaccetto. Una volta scrissi un articolo per Oltre il Giardino, famosa rivista di controcultura della follia e della psichiatria, come finale che la migliore epidemia per l’umanità sarebbe stata il bacio. Angri, famoso fotografo, prese una delle sue foto con un pagliaccetto, quello da mimo per intenderci, alla Charlie Chaplin, e i miei cigni, sotto sua suggestione e ispirazione, divennero animati da questo spirito, colorati il becco e una sfera di nero. Tale simbolo rappresenta la forza e la violenza del cigno, per quanto rimanga immutata la sua eleganza.

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