«Fare teatro è parlare di ciò che mi è necessario»

«Fare teatro è parlare di ciò che mi è necessario»

Elisabetta Pozzi porterà questa sera, alle 21 sulla terrazza del Mosè, “Interrogatorio a Maria”

Elisabetta Pozzi affronta Testori e il suo “Interrogatorio a Maria”.

Questa sera l’attrice genovese, sarà protagonista sulla terrazza del Mosè, alle 21, del secondo appuntamento con “Tra Sacro e Sacro Monte” a Varese.

Per la Pozzi è un piacevole ritorno.

Dopo il successo di Giovanna D’Arco già portata alla rassegna, oggi si misura con una delle più belle azioni drammaturgiche di Giovanni Testori, testimonianza artistica della fede ritrovata dell’autore.

La Pozzi, allieva della Scuola del Teatro Stabile di Genova, ha debuttato a poco più che maggiorenne accanto a Giorgio Albertazzi nel 1974.

Da allora ha preso parte a numerose e importanti produzioni che l’hanno vista misurarsi con maestri del calibro di Carmelo Bene o Luca Ronconi.

Ha lavorato su molteplici autori da Cechov a Goldoni, da Shakespeare a D’Annunzio.

Non le sono mancati in carriera: i progetti teatrali, la promozione del giovane teatro contemporaneo, la fondazione e direzione di associazioni culturali e tanti riconoscimenti dai quattro Ubu al Duse alla carriera fino al David di Donatello come migliore attrice non protagonista per il film di Carlo Verdone, “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”.

Cosa proporrà questa sera?

Una lettura di un testo molto interessante che Giovani Testori scrisse nel 1979. È parte di una trilogia, una raccolta di scritti realizzata all’epoca in cui abbracciò il cattolicesimo. Sono opere in cui scelse di rivolgersi a figure sacre con pensieri e riflessioni alti e sentiti.

Quali sono i tratti più evidenti?

Da una parte il racconto è molto intimo e rivela il forte credo di questo grande scrittore. Dall’altra è molto pubblico essendo un interrogatorio in teatro: denuncia ciò che è la vocazione di Maria in una sala davanti a un pubblico. Questo meraviglioso essere viene chiamato a rendere pubblica la propria sostanza: essere madre di Cristo. Il contraltare è creato dal coro. Con me ci saranno Margherita Saltamacchia e Gianmarco Pellecchia. Andrea Chiodi, che ha voluto fortemente questa lettura e che già aveva lavorato su questo autore, ci ha molto aiutati.

Leggeremo con molta umiltà e cercando di renderne in maniera semplice il profondo significato filosofico che può essere letto a più livelli.

Quando l’ha letto per la prima volta, cosa l’ha colpita?

Mi ha colpito molto la sua duplicità. Ci sono due momenti forti. Uno è quello in cui Maria risponde al coro con grandissima modestia, raccontando la propria esperienza di donna, ma è anche la parte più terrena e carnale, legata alla maternità. Il coro le domanda del concepimento e lei, pur non rispondendo a chiare lettere quel che si potrebbe pensare, riesce a riportare ciò che le è accaduto. Testori non si tira in dietro dal discorso dell’incarnazione, ma l’affronta in maniera seria, facendo rispondere Maria con le parole più alte, in cui tutto viene asserito e negato al tempo. Lei si mette al pari di tutte le madri, questo che significa dire di sì, affinché qualcosa avvenga dentro di noi. Nella seconda parte, legata al lutto per il figlio, c’è invece la narrazione di quello che è stato mettere al mondo, una creatura che si è sacrificata per genere umano. Dare la vita, ha segnato inevitabilmente il suo destino verso la morte. Anche qui l’elemento è doppio, l’amore e il dolore, la vita e la morte.

Perché ha accettato l’invito del direttore artistico della manifestazione, Andrea Chiodi?

Stiamo collaborando da tempo. Gli voglio bene come a un fratello e lo stimo come regista. Era un po’ che non venivo al Sacro Monte e ad Andrea piaceva che l’occasione arrivasse con questo testo interessante. Volevamo porgere al pubblico del festival questa splendida riflessione. Tutto è iniziato proprio con la Giovanna D’Arco al Sacro Monte. Si è creato un bel gruppo di lavoro con me, mio (marito Daniele D’Angelo musicista e compositore), lo scenografo Matteo Patrucco e la costumista Ilaria Ariemme che ci ha portato di recente a fare “I Persiani” a Parma.

Cosa significa fare teatro per lei?

Portare la mia esperienza, le mie riflessioni, la mia vita sul palcoscenico. Far emozionare il pubblico, dal riso al pianto. Trovo che non ci possa essere distanza tra ciò che ero, sono e sto diventando e quello che faccio in scena. Fare teatro significa parlare di ciò che mi è necessario e che deduco essere necessario per il pubblico. Più questa necessita si incarna in un personaggio e più ha successo, magari pur essendo scritto 2500 anni fa. Per me è importante essere il più possibile in contatto con me stessa e con quello che ci accade come esseri umani. Poi attraverso gli argomenti universali di autori antichi e contemporanei lavoriamo per far arrivare uno spunto di riflessione. Non un messaggio, per carità, ma perché ciascuno tragga quel che è giusto per sé.

Accade anche con “I Persiani”?

Certo. Scritto secoli fa, è incentrato su una tematica che sorprende per modernità. Ci sarà sempre necessario riflettere su vinti e vincitori. Questo vale anche per gli importanti temi spirituali che vengono affrontati a “Tra Sacro e Sacro Monte”, perché il festival si fa carico di tematiche speciali che non sempre trovano uno spazio per essere proposte.


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