«Avrei suonato nella banda ma mi sono innamorato...»

«Avrei suonato nella banda ma mi sono innamorato...»

L’intervista. Livio Gianola, maestro delle 8 corde e star mondiale della musica flamenca: «L’Italia rigetta i suoi profeti»

Avete presente il flamenco? Le nacchere, i vestiti con le balze e i pois, i fiori nei capelli? Ecco, chiariamoci subito: quello non è “il” flamenco. O meglio, è solo il suo strato più superficiale e forse inutile. Quello di cui parliamo con Livio Gianola è flamenco. Un’arte. Una tradizione bastarda. Un’espressione. Un sentimento.

No, Livio Gianola non ha mai suonato a Varese. Finora. Livio Gianola in realtà ha suonato pochissimo in tutta Italia, nonostante il suo passaporto dica che è nato (nel Lecchese) e vive tuttora qui (a Bergamo). Livio Gianola, in compenso, gira il mondo ed è acclamatissimo ovunque grazie alla sua chitarra, che lo ha portato nell’Olimpo della musica flamenca ad ogni latitudine del globo. Livio Gianola è l’unico compositore non spagnolo ad aver mai scritto musiche per il Ballet Nacional de España. Il solito discorso del profeta in patria? «Piuttosto è questa patria che rigetta i suoi profeti». Signore e signori, Livio Gianola.

Partiamo dall’inizio. Cosa sognava quel bambino di Premana che ora incanta le folle da Bogotà alla Norvegia?


Di andare in bicicletta e giocare a pallone. Verso la quarta elementare mi era venuta voglia di entrare nella banda del paese per imparare a suonare. Non mi diedero il permesso e mio zio mi regalò una chitarra. Iniziai così, da autodidatta. Mai pensando che ne avrei fatto la mia vita.

E poi cos’è successo?


È successo che suonare mi piaceva, tanto. Così mi sono iscritto al conservatorio, nel frattempo diplomandomi come geometra e iniziando anche a lavorare come disegnatore. Poi... poi la vita ha fatto il suo corso. Si può credere di essere completamente artefici del proprio destino, ma in realtà ogni percorso è sempre fatto da tante coincidenze.

Facciamo un passo indietro. Come nasce in un geometra della Valsassina il pallino di suonare flamenco?


Mettiamola così: come decide un uomo di sposare una certa donna? Te ne innamori. E così è stato per me. Al conservatorio mi resi conto che la musica classica spagnola mi veniva bene, così il mio maestro mi diede un disco di Sabicas. E lì capii tutto. Capii che si poteva suonare la chitarra in un altro modo, e quel modo mi attraeva.

Le coincidenze, dicevamo. Qual è stata quella che le ha svoltato la vita?

Sono stato fortunato, perché sono entrato nel mondo del flamenco dalla porta principale. Successe a Milano, ero a suonare in una scuola di danza dove c’era Antonio Canales a tenere uno stage. Si innamorò della mia musica, mi chiese di provare a comporre qualcosa per i suoi spettacoli successivi. Gli piacque il mio lavoro e iniziai a girare il mondo con lui.

Il mondo, quasi mai l’Italia. Perché?


Perché nel nostro Paese non c’è preparazione, non c’è voglia di scoprire e sperimentare, c’è invece molto preconcetto e preimpostazione. Altrove ciò che fa da discriminante è la qualità. Non si ragiona per etichette e stereotipi ma solo per il risultato finale. Qui no. Qui siamo al punto che i teatri fanno le programmazioni in base a ciò che sfornano i palinsesti TV. E negli altri contesti si trincerano dietro la scusa che non ci sono soldi quando in realtà manca proprio la voglia di rischiare a proporre qualcosa di bello a prescindere dalla fama che ha. Ma da quel che vedo non è un problema solo musicale, ma di tutto il mondo culturale.

Torniamo al flamenco. Se dovesse descriverlo in una parola?

Arte. Uno splendido modo di esprimersi.

E se dovesse spiegare a qualcuno come approcciarsi al flamenco?

Gli direi di buttare nel cestino tutti gli stereotipi, dalla ballerina di Siviglia alla movida.

E il famoso duende, il cosiddetto “spirito misterioso del flamenco”?


Vuole la mia impopolare verità? Una mistificazione per turisti. Oggi la globalizzazione permette a chiunque in ogni parte del mondo di approcciare qualunque genere, di imparare, di perfezionarsi. E infatti ci sono chitarristi russi fenomenali e bailaores giapponesi spaziali. Ma è proprio questo il bello. Il flamenco nasce come arte gitana, perciò arte di pura contaminazione, tramandata a voce, senza testi di riferimento, senza regole. Perché costringerlo ora, nel terzo millennio, dentro dei confini?

Lei stesso ultimamente sta sperimentando molto, partendo da una nuova chitarra arrivando a dischi che di flamenco hanno poco o comunque meno del solito.


Sa qual è la cosa più divertente? Che solo in Italia questa cosa ha turbato. In Spagna appena gli dai qualcosa di aflamencado che però non sembra flamenco, impazziscono. Qui ti guardano come un ufo. Ho abbandonato l’ossessione del compás, mi sono lasciato guidare dalla musica e sì, mi sono ritrovato in mondi un po’ diversi. Diciamo che ormai ho capito cosa posso e voglio fare e lo faccio.


Un artista come lei così libero e aperto, quando abbandona la chitarra e accende lo stereo che musica ascolta?

In effetti, di tutto. Dalla musica classica ai compositori di colonne sonore passando anche per il pop, perchè no. Qualsiasi cosa, purché risulti interessante alle mie orecchie. Vede, sta sempre tutto lì: mai confondere l’immagine con la realtà. La qualità può essere ovunque, basta aver voglia di cercarla. E di apprezzarla.

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