C’è Caparezza. «Dalle “prigioni” si esce  senza piangersi addosso»

C’è Caparezza. «Dalle “prigioni” si esce

senza piangersi addosso»

Michele Salvemini ieri pomeriggio era a Varese Dischi per presentare il suo “Prisoner 709”. Immerso in un bellissimo bagno di abbracci e sorrisi il rapper pugliese ha fatto impazzire la Città Giardino

«Sono a vostra disposizione». E così è stato, per davvero. Quelle poche parole regalate ai più di 600 fan in coda a Varese Dischi per incontrarlo non sono mai state tanto vere. Caparezza non si è sottratto, anzi. Si è concesso. Totalmente. A tutti. Ai suoi fan, chi in coda da poco, chi da ore, solo per stringergli la mano e portarsi a casa un autografo dorato – doppiamente preziosissimo - sulla copertina del suo ultimo album, “Prisoner 709”. Ai giornalisti, avvertiti come scribacchini assetati di sangue da molte star. Ma non da lui, non da Michele Salvemini. Dietro a quegli occhiali chiari, “Capa” nasconde due occhi amici, puri, veri, interessanti e soprattutto interessati. Due fari luminosissimi che non ti mollano un secondo. Ad ogni domanda ti aprono la porta, ad ogni risposta ti dicono «accomodati». In una bellissima chiacchierata tra amici – sì, per davvero – Caparezza ha voluto condividere con noi la nascita e i segreti di “Prisoner 709”. Con noi, e con voi.

Come sta Caparezza?

Bene perché è sorpreso da quello che sta accadendo in questo momento: non do niente per scontato.

E Michele?


Sta aspettando di capire come sta. Perché fondamentalmente è come se un’entità desse forza all’altra.

Che rapporto c’è tra i due?

È come se fossero due facce della stessa medaglia. Non vivo un reale bipolarismo tra queste due parti. È come se per dire delle cose in maniera più forte utilizzassi la “mia forma” artistica.

Se le due personalità convivono perché nell’album c’è 7 “o” 9 e non 7 “e” 9?


Perché quella è la prigionia dei ruoli. Dentro di me convivono le due personalità ma il loro ruolo è diverso. È che ognuno di noi ha un ruolo nella vita che gli viene assegnano dagli altri. Sono loro che decidono chi sei e cosa fai.

È uscito dalla prigione?


L’album è una reazione. Per non piangersi addosso, per fare un passo e venir fuori dalle situazioni un po’ paludose. Le situazioni che vivo io sono poca cosa rispetto a quelle che vivono tante altre persone, con pesi specifici diversi, maggiori e più importanti. Ciò che faccio è trasformare il periodo che vivo, qualunque esso sia, in qualcosa di positivo. E il disco lo volevo portare a termine proprio per mettermi ancora alla prova.

Dopo aver parlato di politica e di un’infinità di altri temi, è stato difficile scrivere così tanto di se stesso?

Sì. Lo è stato. Sarebbe stato ancora più difficile mettere in commercio parte della mia sfera privata che non riguarda solo me. Ma tendo a tutelare tutte le persone a me vicine e non le metto sugli scaffali. Devo inquadrare tutto dalla mia posizione in modo che riguardino solo me, e basta.

In “La caduta di Atlante” dice che si ricorda il giorno e l’ora in cui il mondo le cadde addosso: ce lo racconta?

Ero a Rimini per il tour estivo di Museica e lì ho scoperto di avere l’acufene. L’ho tenuto per una decina di giorni pensando sarebbe passato ma quando ho capito che non mi avrebbe più lasciato mi è caduto il mondo addosso.

Ha spiegato che ogni brano dell’album ha una sua dicotomia, un suo 7 o 9: qual è la dicotomia della musica di oggi?


Credo sia tra frivolo e impegnato. Perché in qualche modo si sta verificando di nuovo questo spartiacque. Per questo credo che il mio disco sia stato percepito con più potenza. Fosse uscito negli Anni 70 sarebbe passato inosservato (ride).

E nell’hip hop di oggi?


Difficile. Direi tra nuova e vecchia scuola. Perché ora c’è questo contrasto tra chi ama rime e incastri e chi ama la trap e altri tipi di sensazioni. Affettivamente sono dalla parte della “old school” ma mi piace molto ascoltare cose nuove e contemporanee. E soprattutto difendo chi in giovane età cerca di trovare un codice comunicativo diverso per non confrontarsi sempre con il passato.

E nella nostra politica invece?

Vorrei poter dire destra e sinistra ma non c’è più questa distinzione. Forse la dicotomia è tra nomi e ideologie, perchè adesso i partiti non inseguono più l’ideologia ma la mutuano dal cognome della persona di turno.

In un’epoca dove tutti con un clic si connettono al mondo, ha ancora senso dare etichette ai generi musicali?


Per comodità dico di sì, anche se sarei più per inventarli.

E lei è un maestro in questo...


Diciamo che di base sono un rapper. Di base…

In passato Vasco si è dichiarato suo fan. Anzi, più precisamente ha dichiarato che Caparezza è uno dei pochissimi artisti attuali che gli vien voglia di ascoltare…

Mi ha lusingato moltissimo. Ho totale rispetto per quello che fa e per quello che è stato per la musica italiana. Il suo è quello che si può definire il cantautorato in astrazione: ha mostrato che per esprimere un concetto bastano una manciata di parole.

Ci inviterebbe ancora a ballare in Puglia?

Il significato di “ballare” era “morire”... Direi che finora non è stato fatto molto, non è che adesso la Puglia sia il paradiso. Lo è per il territorio, ma ci sono ancora tanti punti oscuri..

Si “balla” ancora quindi..


Hai voglia... Tempo fa ho visto un documentario sulle micropolveri e non è stato fatto granché. In più hanno tagliato alberi a tutto spiano...

Caparezza e X-Factor: un binomio possibile?

No. Mai? Non lo so dire perché la coerenza è quello che si sente al momento e non bisogna confonderla con l’ostinazione. Rispetto i ragazzi che ci vanno e che portano i miei pezzi. Ho anche tanti amici tra i giudici ma non mi sentirei a mio agio a giudicare altri. Perché io ascolto, non giudico. Poi non ce la farei a far finta che quella sia una trasmissione musicale perché per me ha canoni televisivi. Non ce la farei a fare il giudice. Sarei proprio negato...

Qual è il prossimo concerto a cui assisterà?

Vorrei assistere ad uno degli show di quei gruppi sacri prima che scompaiano. Uno, quelli dei Rolling Stones, è stato sabato scorso, peccato. Gli U2 li dovrò rincorrere in qualche modo. Ultimamente però sono riuscito a vedere i Cure, gli Who e i Kraftwerk che erano il sogno della mia vita. Quindi credo che tenterò di vedere dal vivo i veri miti. Per gli altri credo ci sia ancora tempo.

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