Il doppio filo tra l’italiano come mezzo di unità e il dialetto come lingua degli affetti e del popolo

Il doppio filo tra l’italiano come mezzo di unità e il dialetto come lingua degli affetti e del popolo

Dalla volontà unificatrice di Manzoni fino alla velleità fascista di un’appartenenza comune

Ebbene sì: l’opposizione ai dialetti nel bel paese non è una novità. A partire dall’ambizioso e necessario progetto postunitario che vede Alessandro Manzoni impegnato nella Commissione per l’unificazione della lingua, chiamato in qualità di massimo esperto per la sua opera dottrinaria più impegnativa, quel trattato “Della lingua italiana” alla quale si era dedicato per lungo tempo a partire dal 1830.

Esigenze italiche

L’idea del Ministro dell’Istruzione Emilio Broglio di metter mano al sistema linguistico per adeguarlo alle esigenze del nuovo stato unitario trovò il suo caposaldo nella concezione linguistica manzoniana improntata alla promozione di una lingua nazionale unitaria basata sul fiorentino parlato. Tuttavia non si deve cadere nell’equivoco di archiviare semplicisticamente la via tracciata dal Manzoni come “condanna manzoniana ai dialetti”. Al contrario egli amava il suo dialetto milanese e la ricchezza linguistica regionale ma in quel momento l’urgenza di costruire la trama della cultura media della nuova Italia, poco alfabetizzata, impose una scelta giusta.

Accanto alla creazione della lingua unitaria comunque nacque a fine Ottocento la dialettologia scientifica con l’Archivio glottologico italiano fondato nel 1873 da Graziadio Isaia Ascoli per lo studio della lingua italiana e dei suoi dialetti.

Il nazionalismo crescente

Poi venne il fascismo. Appena conquistato il controllo delle istituzioni il partito avviò un programma di riorganizzazione dello Stato a partire dalla riforma del sistema scolastico varata nel 1923 dal Ministro dell’Educazione Nazionale Giovanni Gentile.

Dopo gli sforzi postunitari per la diffusione di una cultura media l’Italia era ripiombata nell’analfabetismo ed era necessario combattere l’incapacità della popolazione di saper leggere e scrivere e di riconoscersi in un valore di appartenenza comune, ma anche contrastare una radicata immaturità civile, una scarsa capacità di comprendere e quindi interpretare le dinamiche della vita morale e politica. La riforma dell’istruzione accompagnata dalla creazione del Comitato Nazionale contro l’analfabetismo sembrò la via significativa da percorrere. L’iniziale idea di utilizzare anche i dialetti locali nella scuola primaria venne presto abbandonata in favore della difesa della lingua nazionale.

A differenza dell’approccio postunitario, nel caso del fascismo l’opposizione ai dialetti e alle espressioni delle minoranze linguistiche fu più aspra e carica di altri significati perché la lingua rappresentava lo strumento importantissimo per sostenere l’architettura ideologica del partito ed esaltare il nazionalismo e l’italianità.

«Condizione di inferiorità»

Eppure in Italia non c’è lingua senza i dialetti. Il rapporto fra lingua e vernacoli nella cultura italiana è strettissimo fin dal Rinascimento. Sul finire degli anni Settanta del secolo scorso Guido Bezzola a proposito dei dialetti lombardi scriveva: «Il dialetto non è una corruzione o decadenza di un linguaggio» , è la lingua degli affetti, delle cose che appartengono a un territorio e non ad un altro; un patrimonio di cultura popolare che è un grande patrimonio nazionale.

Basti pensare a Carlo Porta o ai quasi 3000 sonetti romaneschi di Giuseppe Gioacchino Belli o alla canzone e al teatro napoletano per rendersi conto della sua importanza, della sua forza. Per non parlare della toponomastica: con Flechia e Olivieri e poi il ticinese Carlo Salvioni con i primi studi per il territorio lombardo a partire dalla fine del XIX secolo, possiamo constatare la sopravvivenza nella lingua corrente dei toponimi locali. Nomi che ci raccontano di antichi insediamenti, di vicende storiche altrimenti non individuabili. In questi anni l’Archivio AESS – Etnografia e Storia Sociale di Regione Lombardia ha promosso e lavorato anche per la tutela del dialetto e del folklore come patrimonio culturale immateriale da salvaguardare.

Pleonastico ribadire l’importanza di difendere le qualità degli idiomi regionali. Giacomo Devoto scrisse: «Chi non ha nessun dialetto dovrebbe, innanzitutto, rendersi conto di trovarsi in condizioni di inferiorità». Non possiamo, non dobbiamo, liquidare il dialetto come inutile orgoglio di una sparuta minoranza di vecchietti. L’urgenza di emendare i nomi dialettali dai cartelli cittadini risponde esclusivamente a logiche di bieca speculazione politica che dimostrano interessi diversi dalla salvaguardia della lingua nazionale, ben lontani dalle nobili ragioni della nuova Italia o del nazionalismo di Mussolini.

Ora, a quel politico che nei giorni scorsi ha fatto una figuraccia commentando l’editoriale di Kevin Ben Ali Zinati, oltre che consigliargli di vincere il suo analfabetismo storico, vorrei ricordare che a metà degli anni Settanta del Novecento a Varese due personaggi come Salvatore Furia (siciliano) e Carlo Alberto Lotti (toscano) lottarono per la valorizzazione e la promozione del dialetto e del folklore locale con iniziative come la creazione del Cenacolo dei Poeti Dialettali Varesini ( ancora attivo) e manifestazioni come “Scena di Vita Varesina”.

Due personaggi che non si chiamavano Brambilla o Ferrari. Perché la cultura appartiene prima di tutto a quelli che la fanno, a prescindere dal cognome che portano.


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