Tutti quanti vogliamo essere Elvis Presley.   Quarant’anni dopo il Re è sempre il Re

Tutti quanti vogliamo essere Elvis Presley.

Quarant’anni dopo il Re è sempre il Re

Era il 16 agosto del 1977 quando il leggendario cantante morì a Graceland, la storica dimora di Memphis

Dio benedica quel giorno. L’8 gennaio del 1943. Quando due genitori per l’ottavo compleanno del figlio gli regalarono una chitarrina. Dio benedica quel giorno, perché lì, in una modestissima casupola di Tupelo, Mississippi, quella chitarrina risuonò le prime note di quello che sarebbe diventato, indiscutibilmente, eternamente, il Re del rock ’n’ roll.

Re non si nasce, si diventa. Ed Elvis Presley è destinato a restarci. A quarant’anni dalla sua scomparsa, avvenuta nella fresca mattina del 16 agosto 1977, la figura di Elvis è più forte di prima, attorniata dall’alone mistico che circonda solo le leggende. Dopo quarant’anni senza Elvis Presley, ancora se ne parla, ancora lo si balla, e ancora lo si imita. Narrare la vita e la carriera di “The King” sarebbe lunghissimo, e non è questa la sede.

Anche perché ormai Elvis è parte della nostra cultura. È un mito imprescindibile. Il cui impatto, forse, resta difficile da capire, per mere questioni anagrafiche. I racconti nostalgici addirittura dei nostri nonni contribuiscono ad alimentare quel fascino magnetico proprio solo delle leggende. «Era bellissimo da vedere, faceva di quelle mosse. E che agilità: le gambe a volte non le vedevi». Nonostante i concerti solo negli Stati Uniti (e sei in Canada) in una carriera durata oltre vent’anni e nonostante il tubo catodico non fosse ancora diventato il nostro migliore amico, il fenomeno Elvis aveva già conquistato il mondo. Così lontano, nel tempo, dunque, ma anche così vicino.

Perché Elvis è ovunque, ancora oggi. È la colonna sonora degli spot Nike. Elvis è ognuno di noi quando si mette un poco di gel sui capelli, è quello vorremmo essere quando incontriamo una bella ragazza. Elvis è ormai vocabolario. Come sarebbe il mondo senza Elvis Presley? Uguale, ma diverso. Sicuramente più povero. Perché quei calzini bianchi che spuntano dai pantaloni sopra un paio di scarpe nere luccicanti sono diventati iconici. Perché quel sorrisino arrogante e affascinante ha colpito il cuore di generazioni, quelle gambe che sembravano fatte di gomma hanno fatto ballare milioni di noi, quelle canzoni hanno cambiato ciò che fino a quel momento aveva significato fare il musicista. E perché quella voce ha rivoluzionato la musica. Una voce carismatica, capace da sola, di fare tutto: di fissare le luci, di preparare la pista, e a seconda delle esigenze, di trasportare ovunque volesse. Con Heartbreak Hotel e Can’t Help Falling In Love With You trascinava in un lento ondeggiante, con Hound Dog e Blue Suede Shoes scompigliava i capelli come fosse vento. Come sarebbe il mondo senza Elvis Presley? Più silenzioso. Perché se oggi esiste il rock ’n’ roll, è merito suo, di Elvis.

In questi giorni, quarant’anni fa, ci lasciava il Re. Lui, che ammaliò così fortemente il mondo che il mondo si dovette inventare la storia di una morte inscenata, di apparizioni misteriose a Graceland (la sua mitica dimora) o in giro per gli States pur di non stare senza il suo Re. Stesso destino che toccò ad un altro Re, quello del Pop, Michael Jackson. Due icone musicali, unite dalla stessa potenza della voce e dalla magia dei movimenti, che il destino, sì quello lì, (o il marketing) ha voluto idealmente far incrociare con il matrimonio tra Jacko e la figlia di Elvis, Lisa Marie. La sorte ha riservato loro la stessa, identica, vita. Prima e dopo la morte. Perché Re non si nasce, si diventa. E si resta. Ed Elvis Presley resterà il Re del rock. Per almeno altri quarant’anni.

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