E adesso chi è Lelio? Il varesino che confessò di aver assassinato Lidia

E adesso chi è Lelio? Il varesino che confessò di aver assassinato Lidia

È un soprannome? Nessuno sembra ricordarsene

Chi è Lelio, il misterioso reo confesso? Il giovane che nel ’90 avvicinò l’allora studentessa Daniela Rotelli, sentita ieri in aula in seno al processo per l’omicidio di Lidia Macchi, dichiarando di essere stato lui a uccidere la giovane varesina a coltellate.

Un mister X, un uomo (oggi), del quale nulla si sa. Paola Bonari, amica di Lidia, la prima a rivelare davanti alla Corte d’Assise di quanto le disse Rotelli dopo l’arresto di Stefano Binda, accusato dell’omicidio di Lidia, ha dichiarato di non sapere chi fosse quel giovane. «Mi pare avesse un nome che iniziava per E», ha detto Bonari. Forse di Varese, un universitario come tanti che bazzicava l’ampia cerchia di amici di Lidia in Statale e che, tuttavia, nessuno sembra conoscere veramente. La stessa Rotelli, interrogata, ha parlato di un giovane sul metro e 70, capelli e occhi scuri, di Varese. “Lelio”, questo il nome tornato alla mente di Rotelli durante l’interrogatorio. Poi il nulla.

È credibile che un giovane universitario avvicini per strada una collega di studio semi sconosciuta e le dica di essere un assassino? Di essere l’assassino di Lidia Macchi, il cui omicidio fece tanto scalpore in tutta Italia? Patrizia Esposito, codifensore di Binda con Sergio Martelli, ha chiesto a bruciapelo alla teste: «Lei ha detto la verità?». E Rotelli ha risposto: «Sì». Lelio, ammesso che questo sia il nome esatto e non, ad esempio, un soprannome, è insolito come nominativo. Perché, se di fatto romanzato si dovesse trattare, non scegliere qualcosa di più comune. Mario, Luigi, Massimiliano. Nominativi che si trovano a decine in qualunque università italiana. Lelio, è raro. Lelio è identificabile.

Si è trattato di un mitomane? All’epoca a quanto pare né Rotelli né le persone alle quali riferì l’accaduto diedero peso a quella confessione fatta per strada da un semi sconosciuto. Altrimenti non si spiegherebbe perché nessuno, tre anni dopo il delitto, con le indagini ancora attive, si prese la briga di riferire il fatto agli inquirenti.

E se Lelio fosse stato un soprannome, pare che i ragazzi di Comunione e Liberazione lo facessero spesso all’epoca, qualcuno in quella cerchia avrebbe potuto in ogni caso identificarlo. Perché non dire nulla nel ’90 e rievocare il fatto nel 2016, meno di due mesi dopo l’arresto di Binda?

E ancora perché non riferire all’epoca, nel 2016, questo ricordo tornato alla mente, che forse avrebbe potuto spingere gli inquirenti a fare degli approfondimenti e avrebbe potuto sviare l’attenzione da Binda che si è sempre dichiarato innocente?

Chi è Lelio? A questo punto diventa la domanda alla quale rispondere in seno a un processo molto indiziario dove a carico dell’imputato Stefano Binda, al momento, non è stata trovata nessuna prova diretta. Lelio è un’altra delle molte suggestioni di questo processo? E se sì, perché?

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