«È la conferma che non l’ho uccisa io». Le nuove perizie a favore di Stefano Binda
Lidia Macchi, la studentessa uccisa brutalmente 30 anni fa (Foto by Archivio)

«È la conferma che non l’ho uccisa io». Le nuove perizie a favore di Stefano Binda

L’antropologa forense e il Ris di Parma: «Niente del materiale biologico è ascrivibile all’imputato»

«Sono sereno, si conferma quanto ho sempre sostenuto: non ho ucciso io Lidia». Così Stefano Binda ha commentato le conclusioni delle due super perizie eseguite da Cristina Cattaneo, antropologa forense all’istituto di medicina legale di Milano, Giampietro Lago, comandante del Ris di Parma, dal maggiore del Ris Alberto Marino e da Elena Pilli, del dipartimento di biologia evoluzionistica dell’università di Firenze, sui resti di Lidia Macchi, studentessa varesina di 20 anni, assassinata nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987 con 29 coltellate, il cui cadavere venne ritrovato il 7 gennaio al Sass Pinì di Cittiglio. Conclusioni tutte a suo favore: «Niente del materiale biologico analizzato durante la perizia è ascrivibile a Stefano Binda».

Mentre Lidia Macchi sarebbe stata uccisa tra i 30 minuti e le ore successive al suo primo rapporto sessuale. In astratto questo dettaglio porta a una nuova ipotesi mai emersa prima: l’uomo con il quale Lidia ebbe quel rapporto sessuale la notte in cui fu uccisa non necessariamente è anche il suo assassino.

Stefano Binda è l’ex compagno di liceo di Lidia, brebbiese di 50 anni, in carcere dal 15 gennaio 2016 e a processo davanti alla Corte d’Assise presieduta da Orazio Muscato con l’accusa di essere il killer della giovane. Un lavoro lungo e monumentale, quello eseguito dai periti sulla salma di Lidia riesumata un anno e mezzo fa, riassunto in due perizie da circa 200 pagine ciascuna, sulle quali Cattaneo, Lago, Marino e Pilli, relazioneranno l’8 gennaio con la formula dell’incidente probatorio davanti al Gip Anna Giorgetti. Si parlava di lavoro monumentale: i periti hanno isolato sulla salma 6mila tra formazioni pilifere e capelli. Di questi sono sei quelli che, con certezza, non appartengono ne a Lidia ne ai suoi familiari. Sei formazioni pilifere prive però di bulbo. Impossibile, dunque, fare un confronto con il Dna di Binda. Ma una comparazione sì.

Si parla di Dna mitocondriale (l’elica analizzata non è completa) che, sulla base statistica, potrebbe risultare compatibile (almeno in parte) con almeno il 10% della popolazione. Milioni di persone, dunque.

Anche la comparazione, però, ha escluso Binda: milioni di persone, ma non lui. Cattaneo, inoltre, rianalizzando alla luce delle nuove tecnologie non disponibile 30 anni fa, i risultati dell’esame autoptico eseguito nel 1987 dall’allora responsabile dell’istituto di medicina legale di Varese Mario Tavani, ha “spostato” in avanti l’ora del delitto. Tavani asserì che Lidia fu uccisa tra i 10 e i 15 minuti dopo il rapporto sessuale, dunque l’assassino non poteva che essere lo stesso uomo. Cattaneo parla di omicidio consumato tra i 30 minuti e le 3 ore successive al delitto. In astratto, dunque, l’uomo che ebbe quel rapporto sessuale con Lidia potrebbe non essere il suo assassino. C’era il tempo perché qualcun altro incontrasse la ragazza e la assassinasse. È, ovviamente, un ragionamento in astratto, come detto, ma che apre un nuovo possibile scenario.

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