«Ero in tenda sul Mortirolo e in centomila pensammo: “Lo hanno incastrato”»
Marco pantani tra due ali di folla in maglia rosa alla crono di Lugano del Giro 1999, stradominato prima di quel maledetto 5 giuno a Campiglio (Foto by archivio)

«Ero in tenda sul Mortirolo e in centomila pensammo: “Lo hanno incastrato”»

un tifoso varesino - «Era troppo forte per non farlo fuori»

Pierangelo Stella ha iniziato ad amare il ciclismo grazie a Marco Pantani. Il cinque giugno del 1999 lui era sul Mortirolo ad aspettare il passaggio della tappa, ad aspettare il Pirata, che però quella tappa non la corse mai: «Ero sul Mortirolo, passai la notte in tenda per essere lì fin dalle prime ore del mattino. Ero lì con altre centomila persone ad aspettare Marco, la maglia rosa, il dominatore assoluto di quel Giro. Sono sempre stato un suo super tifoso fin da quando correva alla Carrera, mi innamorai dopo le sue prime vittorie al Giro nel 1994, a Merano e all’Aprica. Ho iniziato in quel momento a seguire il ciclismo, grazie a lui iniziai ad andare in bicicletta».

«Una montagna muta»

Quella mattina sulle rampe del Mortirolo, per i tifosi, fu un momento surreale: «Ci svegliammo e l’aria era strana, iniziammo a sentire qualche voce, giravano delle notizie poco confortanti. Poi riuscimmo ad andare da un tifoso che era lì con il camper ed aveva la televisione accesa. In quel momento capimmo tutto, ci crollò il mondo addosso».
Lo stadio più bello del ciclismo si spense in un silenzio incredibile: «Calò il gelo, la gente quasi non ci voleva credere, io nemmeno. Il pubblico si zittì completamente. Restammo lo stesso a vedere il passaggio della tappa, ma era come restare lì con una gamba in meno. Ci crollò un mito, e da quel giorno non ho più visto il ciclismo con gli stessi occhi. Continuo a guardarlo, mi piace Nibali, ogni tanto pedalo per andare sulle salite di tappa, ma non è più la stessa cosa».

«Non l’ho mai condannato»

La verità, pian piano, sta venendo a galla e fa salire il nervoso a chi quel giorno vide un mito crollare: «Non me la sono mai sentita di condannarlo. Il ciclismo in quegli anni era un susseguirsi di scandali di doping, però in Marco ho sempre creduto. Questa nuova rivelazione mi fa venire i brividi e i nervi, perché era il più forte e chissà quante altre belle imprese avremmo potuto vedere se non avessero deciso di farlo fuori. Era al massimo della sua carriera, al top, però evidentemente era davvero troppo forte».


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