I periti e l’amica del cuore di Lidia. Si torna in aula in cerca di risposte
Stefano Binda è stato arrestato il 15 gennaio 2016 ed è in carcere da allora

I periti e l’amica del cuore di Lidia. Si torna in aula in cerca di risposte

Oggi nuova udienza del processo contro Binda. Con ancora troppe domande

Omicidio di Lidia Macchi: oggi si torna in aula. Tra i testi i periti che hanno analizzato i quattro vetrini trovati dal pm Gemma Gualdi “dispersi” in posti assurdi dell’istituto di medicina legale e Paola Bonari, l’amica che Lidia Macchi, 20 anni, studentessa varesina, andò a trovare all’ospedale di Cittiglio perchè ricoverata in seguito a un incidente stradale, la sera del 5 gennaio 1987. Quella notte Lidia fu uccisa con 29 coltellate: il cadavere della giovane sarà ritrovato il 7 gennaio al Sass Pinì di Cittiglio non lontano dall’ospedale. Il 15 gennaio 2016, 29 anni dopo, è stato arrestato, con l’accusa di aver assassinato Lidia è stato arrestato Stefano Binda, 50 anni, di Brebbia, ex compagno di liceo della ragazza.

«Non uno di noi»

Bonari, già sentita in sede di incidente probatorio lo scorso dicembre, ha affermato che Lidia e Binda non erano amici. Non solo, ha descritto il clima dell’epoca: «Non abbiamo mai pensato che a uccidere Lidia potesse essere stato uno di noi». Per noi intendeva il gruppo di Comunione e Liberazione che Lidia frequentava. Il gruppo di amici della ragazza.

Altro punto: Bonari ha dichiarato di aver parlato con il proprio padre spirituale all’epoca, descrivendo il clima di quel periodo. Il sacerdote ha consigliato all’allora giovane di dire la verità. E così tutti avevano fatto. Sul fronte dna, invece, non ci sarebbero riscontri. I resti custoditi dai quattro vetrini appartengono sì a Lidia, ma non recano alcuna traccia di Binda.

Le “prove” sfumate

Nelle prossime ore i periti dovrebbero inoltre depositare gli esiti della maxi perizia eseguita, da oltre un anno, sulla salma riesumata della vittima. I genetisti hanno isolato sei concrezioni pilifere. Sprovviste, però, del bulbo. Una completa estrazione del Dna a questa stregua sarebbe dunque impossibile. Nessun raffronto certo con il Dna fornito spontaneamente da Binda due volte. Al limite un confronto. Un confronto che, statistiche alla mano, potrebbe fornire quale esito una corrispondenza con circa il 10% della popolazione. Parliamo di qualche milione di persone. In sintesi anche qui non ci sarebbe nulla di definitivo. Anzi nulla di scientifico.

Una corrispondenza (che non comprende l’intera stringa di confronto del Dna con quello di Binda in quanto non estraibile da un capello senza bulbo qualora dopo 30 anni questo fosse possibile) potrebbe indicare un’appartenenza al brebbiese così come a un abitante della Papuasia, al limite. Non la pistola fumante che, al contrario, i vetrini incautamente distrutti nel 2000 per ordine dell’allora responsabile dell’ufficio Gip, a sua insaputa, come testimoniato in aula, definito dall’allora giudice Ottavio D’Agostino «un errore grave di cui non sono responsabile», avrebbero potuto costituire.

Oggi su quei vetrini ci sarebbe stato sperma sufficiente a dire se Binda fosse o non fosse stato l’uomo che poco prima dell’omicidio ebbe con lei un rapporto, collocandolo eventualmente sul luogo del delitto.

Gli esiti della maxi perizia saranno relazionati davanti al gip in sede di incidente probatorio. L’udienza fissata forse per il prossimo 8 gennaio.


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