Il nome dell’assassino di Lidia Macchi? Per la scienza non è quello di Stefano Binda
Stefano Binda è in carcere da quasi due anni con l’accusa di essere l’assassino di Lidia Macchi

Il nome dell’assassino di Lidia Macchi? Per la scienza non è quello di Stefano Binda

Nessuna corrispondenza tra il Dna dell’unico indiziato e i reperti in possesso oggi dagli inquirenti

Omicidio Macchi: nessuna speranza dalle indagini scientifiche. E il processo potrebbe slittare di un altro mese. Si arriva al 2018 inoltrato, a questo punto, per avere una sentenza. Stando alle indiscrezioni, le indagini scientifiche eseguiti sui vetrini con campioni istologici appartenenti a Lidia Macchi, la giovane studentessa varesina di 20 anni uccisa nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987, non avrebbero dato nessun esito. O meglio un esito l’avrebbero dato: nessuna corrispondenza con Stefano Binda, 50 anni, di Brebbia, ex compagno di liceo di Lidia al Cairoli di Varese, arrestato il 15 gennaio 2016 con l’accusa di aver ucciso la ventenne con 29 coltellate.

Tutto vano

Vetrini che, come il pm Gemma Gualdi, che sostiene l’accusa, ha più volte sottolineato, sono stati da lei trovati sparpagliati in luoghi impensati dell’istituto di medicina legale di Varese. Il pm ha battuto sul punto per sottolineare una sorta di noncuranza nella conservazione di prove relative a un omicidio che da 30 anni attende di essere risolto. In ogni caso se da quei vetrini è emerso qualcosa è che non ci sarebbero tracce di Binda.

Lidia ebbe il suo primo rapporto sessuale tra i 10 e i 15 minuti prima di essere uccisa. Attraverso eventuali tracce di sperma si è cercato il confronto. Ma, anche a causa del tempo e dello stato di conservazione dei reperti (alcuni dei quali trovati addirittura nelle ante di armadi non refrigerati e non protetti) tutto è stato vano. Non solo: la salma di Lidia fu riesumata oltre un anno fa quale estremo tentativo di trovare tracce relative all’assassino. I genetisti hanno isolato sei concrezioni pilifere. Sprovviste, però, del bulbo. Una completa estrazione del Dna a questa stregua sarebbe dunque impossibile.

Si riparte da zero?

Nessun raffronto certo con il Dna fornito spontaneamente da Binda due volte. Al limite un confronto. Un confronto che, statistiche alla mano, potrebbe fornire quale esito una corrispondenza con circa il 10% della popolazione. Parliamo di qualche milione di persone. In sintesi anche qui non ci sarebbe nulla di definitivo. Anzi nulla di scientifico.

Una corrispondenza (che non comprende l’intera stringa di confronto del Dna con quello di Binda in quanto non estraibile da un capello senza bulbo qualora dopo 30 anni questo fosse possibile) potrebbe indicare un’appartenenza al brebbiese così come a un abitante della Papuasia, al limite. Non la pistola fumante che, al contrario, i vetrini incautamente distrutti nel 2000 per ordine dell’allora responsabile dell’ufficio Gip, a sua insaputa, come testimoniato in aula, definito dall’allora giudice Ottavio D’Agostino «un errore grave di cui non sono responsabile», avrebbero potuto costituire. Oggi su quei vetrini ci sarebbe stato sperma sufficiente a dire se Binda fosse o non fosse stato l’uomo che poco prima dell’omicidio ebbe con lei un rapporto, collocandolo eventualmente sul luogo del delitto.

È chiaro che bisognerà attendere il completamento degli accertamenti. Al momento, però, non sarebbe emersa nessuna corrispondenza. Nessun esame scientifico avrebbe dato prove certe. La sentenza, intanto, potrebbe allontanarsi ulteriormente: altre audizioni potrebbero essere fissate dopo il 19 dicembre.

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