«Irma è passata. Noi varesini nell’uragano»

«Irma è passata. Noi varesini nell’uragano»

Luciana, cresciuta a Casbeno, si è trasferita anni fa in Florida. Ecco come ha vissuto l’uragano. «Terribile abbandonare la propria casa e non sapere se la si ritroverà ancora, una volta usciti dal rifugio»

Noi, da qui, l’abbiamo solo immaginato. Il rumore, la violenza, la devastazione. Tutto quello che ha portato l’uragano Irma, là dove si è abbattuto. Abbiamo visto le immagini, abbiamo ascoltato i racconti, ci siamo sentiti piccoli di fronte alla forza della natura.

Eppure, ci sono dei varesini che l’uragano Irma l’hanno vissuto: hanno vissuto la paura di non trovare più nulla una volta finita la tempesta, hanno vissuto le giornate e le notti fianco a fianco in un rifugio. Luciana Bernuzzi è cresciuta a Casbeno insieme a suo fratello: la mamma Maria era la titolare di una nota tintoria del centro di Varese. Anni fa, ha deciso di andare in America, dove ha trovato un lavoro e un marito, dove ha fatto nascere sua figlia Sonja: loro abitano a Boca Raton, una cittadina sull’oceano a nord di Miami. Una cittadina devastata e colpita dall’uragano Irma. Luciana, il marito Steven, la figlia Sonja e il nonno Norman sono stati fianco a fianco: insieme, ad aspettare.

«È brutto - dice Luciana - chiudere la propria casa e andare via senza sapere se al tuo ritorno la troverai ancora: noi in Florida siamo abituati agli uragani, ne abbiamo uno o due all’anno. Ma uno come questo, non era mai arrivato: lo vedevamo avvicinarsi, guardavamo le devastazioni che faceva poco più a sud, e sentivamo crescere la paura». In tanti sono scappati, hanno abbandonato lo Stato: la famiglia di Luciana, no. Anzi. «Mia figlia Sonja si è laureata in Florida e ha trovato lavoro in California, a San Diego. Due giorni prima dell’arrivo di Irma ha preso un aereo ed è venuta qui. Per stare con la sua famiglia in questo momento di paura».

Ed è proprio Sonja a raccontarci questi giorni passati ad aspettare, impotenti, il passaggio della bestia. «Non potevo restare a San Diego: quando ho capito che la mia famiglia sarebbe rimasta in Florida perché non voleva abbandonare casa nostra, ho deciso di venire qui. Perché volevo stare con loro, volevo essere certa che tutto andasse bene e che fossero al sicuro. C’è mia mamma, il mio papà, e c'è nonno Norman che ha 93 anni ed è un eroe: non si è mai lamentato, neppure per un momento». Luciana, Sonja, Steve e Norman sono rimasti chiusi in un rifugio: «Eravamo - dice Sonja - in circa 400 persone, dentro la palestra della scuola. Nel teatro di fianco c’erano altre seicento persone. Tutti insieme. E credo che queste siano anche esperienze belle, al di là della paura e del disagio: perché ci si sente comunità, ci si aiuta, ci si fa forza. Si condivide una tragedia e il terrore di scoprire un mondo diverso una volta fuori dallo “shelter”. Chi ha portato delle casse d’acqua, chi qualcosa in più da mangiare, chi delle coperte. Abbiamo parlato, siamo stati insieme. Perché insieme si funziona meglio».

Le giornate dentro il rifugio sono filate via lente: «Siamo entrati nella mattina di venerdì e siamo usciti ieri. Ogni tanto cacciavo fuori la testa, in uno spazio protetto nel quale si poteva uscire, e toccavo con mano la potenza del vento. Si mangiava tutti insieme nella mensa della scuola, e mi sono sentita un po’ come nei miei anni da studentessa perché per quattro giorni ho mangiato con i classici vassoi da mensa scolastica, che si vedono nei film: un cartone di latte, un sandwich, un dolce...».

Poi, Irma è passata. «Siamo usciti, e io ho guidato la macchina del nonno fino a casa. Fuori, c’era un disastro: strade bloccate, alberi caduti ovunque, macerie e detriti. Dalla scuola a casa nostra c’è poca strada ma abbiamo dovuto fare continue deviazioni perché le strade erano tutte interrotte. Non c’era più un cartello segnaletico in piedi o un semaforo funzionante. Però, siamo arrivati a casa: e casa nostra c’era ancora. Un po’ malconcia, ci saranno dei lavori da fare, ma in piedi. E questa è stata la cosa più bella».

Irma è passata, ma l’emergenza in Florida non è finita. «Siamo ancora senza elettricità: e questo è un problema. Qui in Florida in questo periodo fa molto caldo, e vivere senza aria condizionata è complicato. Poi, non c’è il gas per cucinare: ci arrangiamo con il nostro barbecue che funziona con una bombola e che utilizziamo per scaldare le cose che la mamma aveva comprato prima dell’uragano. Perché adesso i supermercati sono ancora chiusi e vuoti. Però, anche in questa situazione, ecco che esce il bello dell’essere una comunità. Ci si aiuta, tutti. Il vicino aiuta a ripulire il giardino dagli alberi caduti, c’è chi cucina per tutti, chi arriva con qualcosa di fresco da bere o un po’ di ghiaccio rimediato chissà dove. E poi c’è questa pizzeria, a Boca Raton: si chiama Tomasso’s e tutti sanno che è il primo ristorante ad aprire dopo gli uragani. Anche questa volta è andata così: il gestore ha installato dei generatori, e ha aperto subito mettendo in vendita le sue pizze a un prezzo irrisorio. Ci sono andata stamattina e c’era una coda infinita: gente ancora sconvolta, ma allo stesso tempo felice. Perché quando Tomasso’s apre, significa che il peggio è davvero passato».

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