La verità di don Sotgiu «Quella poesia  non è di Binda»
Stefano Binda, arrestato il 15 gennaio 2016 con l’accusa di aver assassinato nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987 Lidia Macchi.

La verità di don Sotgiu «Quella poesia

non è di Binda»

«Creargli un alibi? Perché mai, se finii io per primo tra gli indagati all’epoca...»

«Quella poesia non fu scritta da Stefano Binda. Non è il suo stile». È don Giuseppe Sotgiu, fraterno amico di Stefano Binda, arrestato il 15 gennaio 2016 con l’accusa di aver assassinato nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987 Lidia Macchi, studentessa varesina di soli 20 anni, a spezzare una lancia in favore di quello che fu un compagno inseparabile (poi perso di vista) durante i primi anni del liceo.

Lo ha fatto don Sotgiu durante l’incidente probatorio del dicembre 2016 quando il pg Carmen Manfredda, che ha ridato impulso alle indagini sull’efferato omicidio consumato 30 anni fa, ha voluto cristallizzare alcune delle testimonianze considerate chiave anticipando una parte del processo che oggi vede Binda davanti alla corte d’assise presieduta da Orazio Muscato.

Ottanta pagine

La poesia è “In morte di un’amica”, lettera anonima recapitata a casa Macchi il 10 gennaio dell’87, giorno delle esequie di Lidia, che secondo gli inquirenti fu scritta dall’assassino o da qualcuno che del delitto sapeva molto. Per don Sotgiu quello «non era lo stile di Binda. Lui scriveva poesie ermetiche, asciutte. Questa è prosopopea». Sotgiu arriva anche a dire che la grafia a suo parere «non assomiglia a quella di Stefano».

Nel lungo verbale, sono oltre 80 pagine di trascrizione, Sotgiu cerca di ricostruire anche i suoi spostamenti in quei giorni. In particolare una serie di film visti con alcuni amici tra i quali Giorgio Bertoldi, oggi monsignore, a casa del quale, insieme ai familiari, don Sotgiu avrebbe trascorso la serata del 5 gennaio, quando Lidia, andata a Cittiglio a trovare l’amica Paola Bonari ricoverata in ospedale in seguito a un incidente stradale, sparì e fu uccisa.

Don Sotgiu prima parla con un film visto forse con Binda, siamo al 13 febbraio 1987 quando l’allora seminarista fu interrogato in questura. Quindi cambia versione, dicendo di trovarsi con Bertoldi, il quale conferma di non aver mai visto Binda in quei giorni. Dal primo al 5 gennaio Binda, che ha sempre detto di trovarsi in vacanza a Pragelato mentre Lidia veniva uccisa, nessuno ricorda la presenza a Cittiglio o a Varese.

«Farei un altro nome»

Incalzato dal pm, con velato riferimento al fatto che forse don Sotgiu potrebbe aver cercato di trovare un alibi a Binda, il prelato replica: «Nel 1987 fui tra i quattro indagati per l’omicidio di Lidia. Binda non fu mai considerato. Per quale ragione se l’indagato ero io avrei dovuto cambiare versione per procurare un alibi a Stefano?».

Di fatto la presenza di Binda non è impressa «nella mia memoria in quei giorni» ha continuato il religioso. Che, in relazione alla lettera “In morte di un’amica” ha azzardato anche un’ipotesi sul possibile autore citando un altro dei frequentatori di Comunione e Liberazione dell’epoca. «Quello era più il suo stile. Se mi si chiede un’ipotesi farei quel nome».

Il presunto autore della poesia, secondo il religioso, è al di sopra di ogni sospetto: ha un alibi di ferro e più che verificato per la sera di un omicidio, quello di Lidia, con il quale non ebbe nulla a che fare. Va anche detto che la lettera può essere interpretata in diversi modi, alcuni dei quali la allontanano molto dalla descrizione dell’assassinio di Lidia.

Don Sotgiu, infine, richiamato a rispondere in relazione a un’intervista rilasciata a La Stampa ribadisce il concetto là espresso: «Non credo e non ho mai creduto che Stefano Binda possa essere l’assassino di Lidia Macchi. Non ho nemmeno mai creduto che l’omicida potesse essere un conoscente, certo non nella cerchia di Comunione e Liberazione, che all’epoca invece fu presa di mira».


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