Quella tanica di benzina e il sedativo nel sangue

Quella tanica di benzina e il sedativo nel sangue

Il movente? Riscattare l’assicurazione e sposare l’amante

Furono le testimonianze delle figlie di Giuseppe Piccolomo a portare alla riapertura delle indagini sulla morte di Marisa Maldera, la prima moglie del killer delle mani mozzate già condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Carla Molinari, avvenuto nel 2009 a Cocquio Trevisago. Maldera morì arsa viva in uno strano incidente stradale. Alle 3 di notte l’auto guidata dal marito uscì di strada. Sotto il sedile del passeggero, sul quale sedeva la vittima, una tanica di benzina. Colma di carburante.

Il racconto

Una prudenza qualora l’auto fosse rimasta a secco, disse Piccolomo. La moglie, nonostante la tanica, si sarebbe accesa una sigaretta. L’auto che sbanda, la tanica che prende fuoco, Piccolomo che scende illeso dalla station wagon mentre la moglie arde viva. Senza tentare, inspiegabilmente di uscire dalla vettura in fiamme.

All’epoca il caso passò per incidente stradale e Piccolomo patteggiò una pena a un anno e quattro mesi per omicidio colposo. Le figlie hanno sempre raccontato di quando il padre raccontava loro della pelle del viso della madre che si scioglieva tra le fiamme mentre bruciava. E il sostituto pg Carmen Manfredda, oggi in pensione, è partita da qui. Ha individuato il movente: stando alle figlie il padre era infatuato della giovane lavapiatti marocchina (oggi vive in Marocco con il figlio e non ha più contatti con lui) e voleva liberarsi della moglie. La presunta amante divenne la seconda signora Piccolomo pochi mesi dopo la scomparsa di Marisa.

Nuovi accertamenti

Per l’accusa voleva liberarsi della moglie guadagnandoci: incassando, cioè, l’assicurazione sulla vita della donna. Di cui nessuno in famiglia sapeva nulla a quanto pare.

Una nuova analisi dei tossicologici eseguiti al momento dell’autopsia nel 2003 ha rilevato tracce, seppur minime, di un sedativo nel sangue di Maldera. Sedativo che non le era mai stato prescritto. E questo, per l’accusa, spiegherebbe la mancata fuga dall’auto da parte della vittima. La pg ha inoltre ricostruito con un esperimento giudiziario nella cava di Cittiglio il rogo dell’auto, ricavandone dei dati considerati molto rilevanti per l’accusa.

Gli inquirenti hanno trovato anche foto dell’epoca del luogo dell’incidente scattate subito dopo il fatto. Un’auto che esce di strada accidentalmente lascia determinate tracce. Un auto accostata apposta ne lascia altre. Infine sarebbe stato identificato il netturbino in servizio quella notte che all’epoca avrebbe dichiarato di aver visto un uomo fumare accanto all’auto in fiamme senza chiamare i soccorsi.

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