Referendum, domani si vota per l’autonomia

Referendum, domani si vota per l’autonomia

Il Pd varesino, spaccato in due, è un caso: chi voterà sì, chi resterà a casa

Domani si vota per l’autonomia della Lombardia, ecco come si sono schierati i politici e gli amministratori varesini. Il Pd è un “caso”: spaccato in due, anche in provincia di Varese, visto che tre deputati e due ex consiglieri regionali si schierano con il sindaco Davide Galimbert i per il Sì, mentre gli altri due parlamentari stanno con il segretario regionale Alessandro Alfieri e con quello provinciale Samuele Astuti consigliando di non andare a votare.

L’ultimo appello al voto è quello di un pezzo, rilevante, di Pd varesino, che andrà alle urne, come ha da sempre annunciato che farà il sindaco di Varese Davide Galimberti. «Domenica andremo a votare Sì al referendum» annunciano in un documento congiunto i tre deputati “Dem” di Varese città, Daniele Marantelli, Maria Chiara Gadda e Paolo Rossi, e due ex consiglieri regionali di peso come Stefano Tosi e Giuseppe Adamoli, insieme allo stesso Galimberti. «L’autonomia politica regionale - spiegano - è un prezioso patrimonio che appartiene al centrosinistra fin dai decenni scorsi, quando altri preferivano parlare di secessione e devolution senza aver mai ottenuto alcun risultato concreto, anche quando stavano al governo del Paese».

Marantelli, l’uomo del “Pd del Nord” per eccellenza, nei giorni scorsi, sulla stampa nazionale, aveva dichiarato che «una sinistra che diserta le urne tradisce se stessa». Ora i sei dichiarano - in contrasto con la linea dei renziani della prima ora, i segretari regionale (Alfieri) e provinciale (Astuti) e del deputato Angelo Senaldi, a cui si è accodata anche la senatrice, che renziana non lo è mai stata, Erica D’Adda - che «al netto della propaganda demagogica e fuorviante a cui abbiamo assistito in queste ultime settimane, e che non è nell’interesse dei Lombardi, il referendum sarà utile davvero se, il giorno dopo la vittoria del Si, si aprirà un tavolo con il Governo che lavori al rafforzamento delle autonomie locali regionali prevista dalla riforma del Titolo V della Costituzione realizzata, nel 2001, dal centrosinistra».

Con l’obiettivo di «avviare un percorso che possa portare a riconoscere peculiari condizioni e forme dell’autonomia politica regionale, per una Regione che deve competere con le aree territoriali più sviluppate dell’Europa». È vero, ammettono Marantelli, Gadda & C., che è «lo stesso iter che, senza ricorrere al referendum, sta avviando anche la Regione Emilia Romagna e anche noi avremmo potuto perseguire senza spendere tanti soldi per questa consultazione», ma siccome «oggi il referendum c’è, si vota domenica, dunque su questa sfida il PD c’è e il nostro voto sarà Sì». Consapevoli che «il regionalismo differenziato, con una significativa autonomia finanziaria, può, davvero, essere lo strumento che consente agli enti locali di programmare meglio gli investimenti ed i servizi nonché di razionalizzare la spesa pubblica, tra centro e periferia», ma anche «l’occasione di calibrare più puntualmente le politiche di alcuni settori strategici della Lombardia».

Ecco quindi che «se l’esito sarà positivo, come noi auspichiamo, tutta la partita si dovrà spostare sul piano più squisitamente politico dei rapporti tra Governo e Regione Lombardia in sede di intesa e di accordo, sentiti anche gli enti locali territoriali. Noi accettiamo, con serietà e responsabilità, questa sfida». Una presa di posizione forte all’immediata vigilia del primo voto elettronico con i “tablet”. Roberto Maroni ha fissato come virtuale quorum da raggiungere il 34%, ovvero la percentuale di votanti del referendum costituzionale del 2001 che introdusse quella riforma del Titolo V che apre spazi, finora mai esplorati da nessuna Regione, di autonomia. Il suo sfidante in pectore alle prossime elezioni regionali, il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, peraltro di quella parte di Pd che ha fatto campagna per il Sì (anche se secondo i detrattori di centrodestra una campagna solo di facciata), ha dichiarato che sotto il 50% di votanti la consultazione sarebbe un flop.

In Lombardia il quorum non c’è ma è chiaro che il senso di questo appuntamento sta tutto nella forza popolare che potrà accompagnare Regione Lombardia al tavolo di trattativa con il governo centrale. Come sottolineato dal consigliere regionale forzista Luca Marsico, quella del referendum è stata una sorta di «partita senza pubblico». Perché anche il più appassionante dei dibattiti che si sono visti, va detto numerosissimi, in queste ultime settimane prima del voto, scontava l’assenza, di fatto, di un contraddittorio. A muoversi sono stati praticamente solo i comitati del Sì, guidati dal centrodestra unito e allargato anche a quegli “ex”, ora civici, che ad esempio in Provincia governano con il Pd, con l’apporto del Movimento Cinque Stelle (che fu decisivo ai tempi del via libera al referendum in Consiglio regionale) e di quella parte di Pd guidata dalla pattuglia dei sindaci dei capoluoghi di provincia, da Sala a Gori a Galimberti. Alla fine, considerata l’importanza data all’affluenza al voto, nessuno si è speso per il No ma al massimo, anche se senza troppa verve, per il non voto, come il Pd “alfieriano” e tutte le varie anime a sinistra.


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