«So chi ha scritto la lettera ma non posso dire il nome. Non c’è nessun complotto»
In foto l’ avvocato Piergiorgio Vittorini (Foto by Varese press)

«So chi ha scritto la lettera ma non posso dire il nome. Non c’è nessun complotto»

Caso Macchi: non parla il superteste, l’avvocato Piergiorgio Vittorini

«So chi ha scritto quella lettera, ma non posso rivelarne il nome». Dura un battito di ciglia la testimonianza di Piergiorgio Vittorini, l’avvocato bresciano che lo scorso 16 aprile, in occasione della prima udienza del processo che vede Stefano Binda, 50 anni, di Brebbia, a processo davanti alla Corte d’Assise presieduta da Orazio Muscato, con l’accusa di aver assassinato Lidia Macchi, studentessa varesina di 20 anni, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987, dichiarò di rappresentare una persona che asseriva di essere il vero autore della missiva anonima In morte di un’amica, recapitata a casa Macchi il 10 gennaio 1987 giorno delle esequie di Lidia. Binda fu arrestato 29 anni dopo il fatto, il 15 gennaio 2016.

Fu l’ex amica Patrizia Bianchi ad attribuire a Binda la paternità di uno scritto che per gli inquirenti fu vergato dall’assassino o da qualcuno che dell’omicidio sapeva molto. Disse agli inquirenti di aver riconosciuto la grafia di Binda tra quelle lettere scritte in stampatello e fornì quattro cartoline speditele dall’ex amico per un confronto. Il perito grafologo dell’accusa disse che quella era la grafia di Binda. Il perito grafologo della difesa ha sostenuto il contrario. A fronte di questa situazione la testimonianza di Vittorini ieri sarebbe stata fondamentale. Avvisato dalla Corte con un’ordinanza di potersi avvalere o non avvalere in toto del segreto professionale, al quale il misterioso assistito lo ha vincolato, Vittorini ha scelto di tacere in aula. La Corte lo ha congedato e Binda, chiede di lasciare l’aula e di essere riportato in carcere «in preda a un sentimento di disperazione», hanno detto i difensori Patrizia Esposito e Sergio Martelli. Vittorini, tuttavia, uscito dall’aula ha rilasciato ampie dichiarazioni ai giornalisti: «Non mi hanno voluto ascoltare. Avrei portato elementi importanti per stabilire la verità dei fatti». A distanza la replica del sostituto procuratore generale Gemma Gualdi, che rappresenta l’accusa e che acquisirà i filmati con le interviste di Vittorini: «Mi dispiace perché i procedimenti si fanno nelle aule di giustizia e applicando le norme del codice, sia di procedura che di diritto sostanziale – ha detto il pm - A trent’anni da un delitto efferato e con un imputato in carcere, a maggior ragione se considerato innocente, un avvocato noto, del Foro di Brescia, doveva avvertire il dovere morale di riferire».

La testimonianza parziale che Vittorini avrebbe voluto lasciare alla Corte mirava «Ad inquadrare le circostanze in cui la lettera fu scritta e a spiegarne il vero significato», ha detto l’avvocato bresciano. Stando a quanto dichiarato al legale dall’innominabile assistito, che potrebbe essere un uomo, forse non varesino, ma che all’epoca frequentava l’università ed era legato (forse lo è ancora) agli ambienti di Comunione e Liberazione frequentati anche da Lidia. Uno «sconosciuto per me – ha detto Vittorini – sino a quando non si è presentato alla porta del mio studio».

Un giovane, all’epoca, «Che non conosceva ne Lidia ne la famiglia Macchi», questo spiegherebbe l’anonimato della missiva «ma che rimase sconvolto da questo delitto». Perché scrisse quella lettera? «Per testimoniare la vicinanza a una famiglia colpita da un dolore inimmaginabile attraverso la preghiera – ha detto Vittorini – in ambiente universitario fu fatta tra l’altro la proposta di un florilegio in memoria della giovane vittima. A quello era destinata In morte di un’amica». Vittorini cita la “falsariga” sulla quale il suo etereo assistito scrisse quella lettera: «Vi sono chiari rimandi ai Quattro Quartetti di Eliot e a padre Maria Turoldo», dice l’avvocato. «Il riferimento alla croce è al Cristo – dice Vittorini – non all’omicidio del quale il mio assistito non sa nulla. Era all’epoca a una distanza siderale da quei luoghi».

Tuttavia il misterioso assistito continua a nascondersi: «Chi di voi – ha detto Vittorini – si farebbe avanti sapendo che per l’accusa l’assioma è: autore della lettera significa omicida? Anche se non è così». Vittorini fa cenno anche all’accusa di essere parte di un complotto mirato a salvare Binda, ipotesi riferita da Bianchi alla polizia giudiziaria in base a confidenze fattele da Stefano Varano (che sarà ascoltato la prossima udienza). «Sono intervenuto soltanto in questo frangente dichiarando la mia totale estraneità a fatti simili – ha detto Vittorini – sono e sono sempre stato a una distanza totale da Comunione e Liberazione e da quegli ambienti. Non conosco niente di questa vicenda se non quello che ho letto sui giornali dopo che il mio nome era stato associato a una teoria complottistica». Per Vittorini la Corte «non ha voluto ascoltare elementi a mio parere importanti».

Ma senza la possibilità di un riscontro, di un nome da sottoporre a perizia e confronto del Dna, quella testimonianza quanto valore probatorio avrebbe potuto avere? La speranza di tutti, della famiglia Macchi e dello stesso Binda che è in carcere da quasi due anni professandosi innocente, è che Vittorini torni il 27 ottobre e dica tutto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA