«Un oltraggio, non una testimonianza. Perché non parlare a tempo debito?»
L’avvocato difensore della famiglia Macchi, Daniele Pizzi (Foto by Varese Press)

«Un oltraggio, non una testimonianza. Perché non parlare a tempo debito?»

L’avvocato della famiglia di Lidia dopo la rivelazione sul presunto assassino

«Ritengo che testimonianze come quelle di oggi siano un vero e proprio oltraggio alla memoria di Lidia e che al tempo stesso debbano essere considerate per quello che sono: è, infatti, davvero incredibile che alcune persone tacciano per anni per poi venire in aula a dire le cose con il contagocce». Daniele Pizzi, legale della famiglia di Lidia Macchi commenta con poche ma molto efficaci parole quanto accaduto l’altro ieri in aula.

Paola Bonari, l’amica ricoverata all’ospedale di Cittiglio in seguito a un incidente stradale, che Lidia il 5 gennaio del 1987 andò a trovare prima di sparire salvo poi essere ritrovata uccisa il 7 gennaio dello stesso anno al limitare dei boschi del Sass Pinì, in aula ha dichiarato di aver appreso, nel febbraio 2016 dall’amica Daniela Rotelli, che questa nel 1990 fu avvicinata da un giovane che confessò l’omicidio della studentessa varesina. Rotelli, portata in aula da Mantova ha confermato: fu avvicinata per strada da tale Lelio, studente varesino, di cui nessuno ricorda il cognome, che le disse di avere accoltellato Lidia. «Bonari - ha detto Pizzi - è stata sentita più e più volte. Una delle telefonate intercettate tra lei e Rotelli risale a pochi giorni prima dell’incidente probatorio del dicembre 2016. Eppure non ha mai detto nulla di questo dettaglio. Che può non significare nulla, ma andava riportato».

Perchè? Perchè Paola Bonari si è rammentata soltanto durante l’ultima udienza di una conversazione che, a tempo debito, avrebbe potuto essere vagliata dagli inquirenti? Eppure in sede di incidente probatorio il gip Anna Giorgetti la sollecita più e più volte: «C’è altro che vuole dire?». Considerando che Stefano Binda, oggi imputato con l’accusa di aver assassinato l’ex compagna di liceo, fu arrestato nel gennaio 2016, quella telefonata datata febbraio, quindi poco dopo il provvedimento di custodia cautelare in carcere, avrebbe potuto forse evitare quasi due anni di detenzione al cinquantenne di Brebbia, perchè non segnalarlo? Rotelli era una perfetta estranea per la famiglia Macchi. Ma «Paola Bonari no. Era considerata un’amica di famiglia», dice Pizzi.

Dopo l’arresto di Binda addirittura andava a trovare Paola Bettoni, la mamma della vittima, almeno una volta a settimana. «Il non aver parlato prima - dice Pizzi - ha ferito la famiglia Macchi. Profondamente. Perchè non rivelare questi dettagli?».

Pizzi sottolinea che la procura generale non ha alcuna responsabilità: «Dalle intercettazioni non si evince nulla di certo su questa presunta confessione - spiega - non è chiaro. Non è esplicito». In sintesi Bonari e Rotelli avrebbero dovuto segnalare questa loro conversazione. Il ricordo di questa confessione.

Non solo. Rotelli ha affermato in aula di aver mandato una e mail all’avvocato P aolo Tosoni,già ascoltato in aula. Della mail non vi sarebbe traccia. Rotelli, incalzata da Pizzi, ha detto di aver rotto il computer. E quando Pizzi le ha detto «usi il mio pc», Rotelli ha ammesso di aver dimenticato la password.

Tosoni sul fatto non parla. «Ho letto che sarò forse convocato in udienza. Dirò ciò che devo in quella sede», ha replicato ieri.

Si torna in aula il 16 gennaio. L’8 gennaio, invece, saranno ascoltati dal gip in sede di incidente probatorio i periti che hanno eseguito le analisi sulla salma di Lidia.


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