Un’anima in viaggio. In sella ad una bicicletta

Un’anima in viaggio. In sella ad una bicicletta

L'intervista a Gianni Spartà racconta la sua ultima fatica “Dimmi perché parti – In bici, a piedi, in barca, sulle ali”

Ci sono viaggi che lasciano una traccia indelebile nella nostra vita, si insinuano nei nostri pensieri, anche molto tempo dopo il nostro ritorno a casa. Nel libro “Dimmi perché parti – In bici, a piedi, in barca, sulle ali” (Edizioni dEste) il noto giornalista varesino, di origini siciliane, Gianni Spartà racconta come i viaggi gli abbiano insegnato forse più di quanto abbia appreso attraverso decenni di interviste a industriali, criminali e alti prelati.

“Mi capita – scrive il grande ciclista Vincenzo Nibali in prefazione al volume - quando torno in albergo dopo un allenamento o una gara, di pensare a che cosa rappresenta davvero la bicicletta. Ancora oggi, mi bastano un paio di pedalate per provare le stesse sensazioni di sempre. Per me, la bici è conoscenza e soprattutto libertà”. Reduce dal successo delle sue pubblicazioni sulla storia della grande imprenditoria italiana, in particolare di “Mister Ignis - Giovanni Borghi nell’Italia del miracolo” (Mondadori 2002), da cui Rai Uno ha tratto una fiction di successo in due puntate nel 2014, Spartà ha voluto dedicare, stavolta, un libro alla sua passione per la bicicletta e per il viaggio, la scoperta e il contatto con la natura, il territorio, le persone.

Nel libro racconta un viaggio di 170 chilometri fatto con Marzia, cui è dedicata la terza di copertina, una ragazza affetta da una rara malattia genetica, che sarebbe stata condannata a vivere in un istituto se non avesse avuto un padre che, con la bicicletta, ha abbattuto le barriere della figlia inventandosi un giro dei due mari.

Com’è nato “Dimmi perché parti”?


A questo libro ho pensato da una sella di bicicletta mentre in nove tappe andavo in Sicilia, in cinque a Parigi, in sette dalla Toscana alle Marche attraverso l’Italia più bella. Racconto da quarant’anni la vita degli altri: sperando di non apparire presuntuoso, è venuto il tempo di raccontare parte della mia. Ma farlo dal salotto di casa sarebbe stato banale. Più bello fissare sequenze stando in sella a bici, sulla prua di una barca spinta dal vento, macinando chilometri a piedi sui sentieri di Santiago e della Francigena. Credevo bastasse tenersi dentro queste emozioni, invece c’è scappato un libro.

Quando ha deciso che avrebbe scritto questo libro?

Una notte in mare aperto, tra Siracusa e Cefalonia. Ero il mozzo, montavo la guardia sotto un cielo di stelle e in quelle ore a Varese moriva un mio grande amico, Salvatore Furia. Lui mi ha insegnato a contemplare terra, acqua, fuoco, aria e a capire che l’esistenza dell’uomo si consuma tra questi quattro elementi ai quali non facciamo caso.

Che cosa c’entra il fuoco?


È il fuoco nascosto, cioè la passione: per me la bicicletta da corsa, che ho scoperto nell’età adulta. Non dimentico la prima avventura: Varese-Messina in nove tappe, senza alberghi prenotati, con un ricambio, un pantalone e una maglietta in due borsoni legati a un portapacchi leggero sulla ruota posteriore. Con me c’erano un giudice e un consulente del lavoro. 1575 chilometri in pieno agosto. Ci presi gusto. Da allora ogni anno un raid destinazione Parigi, Barcellona, Lourdes, la Puglia, la Sardegna, la Toscana, l’Umbria, l’Abruzzo. Quanti incontri.

Un incontro significativo che ricorda?

In Sicilia, durante una sosta a Scicli si materializzò il commissario Montalbano personalmente, di persona come dice Catarella. A Spoleto, si avvicinò a noi fachiri su due ruote don Matteo che girava una puntata della celebre fiction. Vide la scritta sulle nostre magliette: società ciclistica Sant’Ambrogio, Varese. Mi disse che a Sant’Ambrogio aveva abitato nel dopoguerra quando nella città-giardino c’era il tram. Ma l’incontro più emozionante l’ho avuto sul Cammino di Santiago, nel tratto che scivola verso Finisterre. Stavolta non un attore ma un killer.

Un uomo palestrato e pieno di tatuaggi sulle braccia si siede vicino a Spartà, lungo il cammino di Santiago: di chi si trattava?

Un giovane senza pace che aveva fatto il cecchino, oggi si dice lo sniper, nella Legione Straniera. Camminava al mio fianco portandosi appresso i fantasmi delle sue vittime, più di trecento. Per lo più terroristi fulminati in Afghanistan, in Pakistan su indicazione dei Servizi segreti mentre s’apprestavano a compiere attentati. Anche bambini imbottiti di tritolo da fondamentalisti sanguinari. Mi ha raccontato che era lì a cercare un rimedio interiore ai propri tormenti. Era in giro da mesi. S’addormentava in un ostello e lo svegliava l’incubo di quei morti ammazzati che gli si paravano davanti alla branda.

Il narratore lascia il posto al cronista?


Sembrano mestieri diversi ma non lo sono. Anche quando tutti i santi giorni andavo a caccia di notizie ero in viaggio verso la conoscenza e non lo sapevo. La strada percorsa a piedi, in bicicletta, cioè a rallentatore, ti insegna sempre qualcosa. Sviluppa la vista, il tatto, l’udito, l’olfatto. Ogni luogo ha il suo odore. Se penso alla Sardegna sento quel profumo che è quello, senza eguali.

Che cosa è dunque “Dimmi perché parti”?

Un istruttivo viaggio dell’anima. Da giovani cambiare aria è utile, da meno giovani umile. Credo sia meglio aggiungere vita ai giorni, che giorni alla vita: me lo disse Rita Levi Moltalcini in casa di Alfredo Ambrosetti. Lei si è goduta 103 primavere.


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