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Fossili abbandonati a Besano
La denuncia lascia il segno
BESANO "Non ne sapevo nulla. Ma appena ho appreso la notizia mi sono mobilitato. Nei prossimi giorni effettueremo un sopralluogo, anche se la questione non è di nostra competenza, per valutare la situazione e la sicurezza dei fossili".
È una prima presa di posizione quella del sindaco di Besano, Salvatore Merlino: qualcosa si muove, insomma, dopo la nostra denuncia sullo stato di pericoloso abbandono di alcuni reperti che sembrano proprio essere fossili, nei pressi del Sasso Caldo.
Lo scenario, del resto, lascia davvero poco spazio all’immaginazione: qui, dove nel 1993 è stato scoperto un esemplare unico di ittiosauro di 6 metri di lunghezza, denominato Besanosaurus, ora è tutto fermo. Una baracca di lamiera senza alcun sistema di sicurezza, i reperti sono abbandonati alla portata di chiunque voglia intascarsi con una facilità disarmante quelli che aspirano a diventare «Patrimonio dell’Umanità».
«La situazione al Sasso Caldo è effettivamente, dal punto di vista visivo, in stato di abbandono - ammette Giorgio Teruzzi, responsabile della sezione di Paleontologia del Museo civico di Storia naturale di Milano e direttore scientifico degli scavi besanesi, interrotti da circa due anni - Il vero problema è la mancanza di fondi che ci ha spinto a sospendere gli scavi. Certo, l’immagine che ne deriva non è delle migliori ma all’interno della baracca non ci sono reperti di valore scientifico così elevato: quanto c’era di importante è già stato portato via ed è ora conservato al Museo».
Parole che però si scontrano con opinioni divergenti: quelle, cioè, che individuano poggiato su delle semplici assi di legno un reperto che a un primo esame visivo appare come un reperto fossile di parte di un Colobodus, pesce del Triassico medio, base dell’era Mesozoica, su un blocco di dolomia. Tesoro scientifico che affiora solo parzialmente in attesa di una preparazione tecnica che lo porti completamente alla luce.
Certo è che, mettendo da parte le disquisizioni paleontologiche, quello che stride è soprattutto l’innegabile assenza di protezione di tutto il sito fossilifero: con gli strati scavati visibili e altri che potrebbero racchiudere nuovi «tesori» lasciati senza alcun riparo. Nemmeno una semplice recinzione.
«Sul versante ticinese del San Giorgio - precisa Rudolf Stockar, conservatore del Museo cantonale di storia naturale di Lugano e responsabile dell’unica campagna di scavi attualmente in corso - gli scavi sospesi vengono coperti con dei teloni specifici che ne garantiscono il riparo dalle intemperie e recintati per tutto il loro perimetro. Circostanza che si rende necessaria per evitare intrusioni e incidenti come prevede la legge. I fossili, poi, dopo essere stati imballati, partono immediatamente verso il Museo». Procedura che non sembra essere stata seguita fedelmente al Sasso Caldo. Per ora, infatti, nessuna tutela separa i profani e passanti da una porzione dello «scrigno» da anni in corsa per vedersi riconosciuto il ruolo che tutti gli esperti sostengono necessario, quello di «Patrimonio dell’Umanità» dell’Unesco.
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