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VARESE Ci sono voluti 11 anni dai fatti (che risalgono al 2001), e otto dal rinvio a giudizio, per arrivare alla prima udienza del processo che vede finanzieri, carabinieri e poliziotti accusati di aver avere favorito alcune prostitute straniere che lavoravano in Svizzera con imputazioni per corruzione, falso e associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione.
Ieri mattina davanti al collegio presieduto da Anna Azzena si è tenuta, finalmente, la prima udienza nel corso della quale è stato ascoltato un solo testimone; per gli altri in elenco sono invece stati acquisiti i verbali. Sul banco degli imputati Stefano Cerreti e Giuseppe Ciancimino, entrambi di Olgiate Comasco, e Giuliano De Flaviis, di Crotone, tutti e tre finanzieri e un poliziotto, Massimo Donno, di Luino. Sono questi quattro, per l'accusa, i principali responsabili dell'accaduto a carico dei quali compare il capo di imputazione di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione.
Furono tutti arrestati all'epoca in cui emersero i fatti. Il falso e la corruzione, ma non l'associazione per delinquere sono contestati ai finanzieri Luca De Martino, di Luino, e Andrea Corsini, di Menaggio, e ai carabinieri Maurizio Turco di Cunardo e Massimo Franzoni, di Parma. L'accusa di corruzione, dati i tempi di apertura del procedimento, è invece ormai prescritta. Per De Martino la contestazione riguarda anche l'agevolazione e lo sfruttamento di prostitute.
Per il pubblico ministero Agostino Abate gli imputati avrebbero costituito una organizzazione criminale tra Varesotto e Comasco finalizzata alla produzione di atti falsi che accertassero l'avvenuto espatrio dalla Svizzera di prostitute straniere, al fine di sfruttarle e percepire danaro per ogni timbro apposto sui loro documenti. Ieri mattina sul banco dei testimoni è salito un finanziere, collega di Ceretti, il quale ha affermato di aver in effetti ricevuto una telefonata nella quale gli si chiedeva un favore: «apporre un timbro sui documenti di una ragazza - ha spiegato il teste - Affinché figurasse che la donna fosse rimasta fuori dalla Svizzera per tre mesi. Io rifiutai». Il finanziere si oppose al tentativo di corruzione ma non lo denunciò; e questo, per la legge, significa essere comunque responsabili di un reato per il quale il teste stesso venne indagato. Nessun altro testimone nell'udienza di ieri che segna comunque un risultato: l'inizio del processo. Qualche mese fa, a fronte dell'ennesimo rinvio dovuto al legittimo impedimento di uno dei giudici componenti il collegio, lo stesso Abate sbottò in aula: «La sezione penale del tribunale di Varese non è messa nelle condizioni di funzionare come dovrebbe», esprimendo per questo solidarietà al presidente del collegio Anna Azzena.
Simona Carnaghi
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