«Partorì la bimba nel bagno di casa ma era già morta. Non fu omicidio»
La mamma della bimba partorita nel bagno di casa è stata assolta dal Tribunale di MilanoArchivio

«Partorì la bimba nel bagno di casa ma era già morta. Non fu omicidio»

Il tribunale assolve la mamma albanese, residente a Busto Arsizio, accusata di aver annegato la figlia appena nata

BUSTO ARSIZIO - Partorì la figlia nel wc e fu accusata di omicidio volontario: assolta in Appello la giovane madre residente a Busto Arsizio. Per i giudici milanesi la donna, 24 anni, albanese, non uccise la piccola nata di 7 mesi: la bimba nacque morta.

«Non si trattò di annegamento – spiega Antonio Battaglia, avvocato difensore della donna e del marito, a processo insieme a lei – la bimba nacque morta. Lo dimostra la perizia medico-legale: durante la gravidanza subentrò una patologia che causò il distacco della placenta. Quando la mia assistita partorì la bimba, la neonata era già morta. Di più: con la piccola deceduta in grembo, la mia assistita rischiò a sua volta di morire per setticemia». La donna era stata accusata di omicidio volontario. In primo grado il pm chiese una condanna a 16 anni, la donna fu condannata a 3anni e 8 mesi. In secondo grado l’accusa ha chiesto una condanna a 10 anni di carcere: la ventiquattrenne è stata assolta. Così come il marito, per la verità non condannato nemmeno in primo grado.

Il fatto accadde il 25 aprile 2014 a Busto Arsizio, dove la coppia risiedeva all’epoca. Il marito aveva chiesto l’intervento del 118 per quello che, inizialmente, fu valutato come un aborto spontaneo. Nelle prime fasi della vicenda la procura rilevò alcune presunte incongruenze che avevano fatto sorgere agli inquirenti pesanti dubbi sulla genuinità della versione fornita dai genitori, una giovane coppia albanese.

Secondo la perizia medico-legale dell’accusa la neonata era stata partorita viva alla trentesima settimana di gestazione ma era deceduta in quanto lasciata, per almeno venti minuti, immersa nell’acqua del water. Venne quindi arrestata la madre all’epoca ventunenne, ma in seguito l’accusa confermò anche il coinvolgimento dell’uomo: secondo quanto riferito dagli inquirenti, al momento del parto, che secondo l’ipotesi dell’accusa è stato farmacologicamente indotto, in casa erano presenti entrambi i genitori, ma nessuno dei due avrebbe tentato di salvare la figlia.

La sentenza di primo grado sembrava sposare la tesi a metà con una condanna a 3 anni e 8 mesi a fronte di una richiesta di 16 anni. Ieri la sentenza d’Appello che “ristabilisce la verità – spiega Battaglia – per una donna già fortemente provata dalla perdita di una figlia. La bimba nacque morta, non ci fu nessun omicidio. Soprattutto questa sentenza consentirà alla mia assistita di poter tornare a seguire da genitore la seconda figlia, nata nel frattempo».

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