In aula la verità di Stefano Binda. «Quella “confessione” non è mia»

In aula la verità di Stefano Binda. «Quella “confessione” non è mia»

Le parole dell’imputato sulla frase del 1986 incisa dietro una versione

VARESE - «Non è mia quella scrittura. Non sono io ad aver scritto quelle cinque parole». Cinque parole: Stefano è un barbaro assassino. Vergate sul retro di una versione di Lisia trovata in un’agenda datata 1986 e trovata a casa di Stefano Binda. E a parlare è stato proprio Binda, a processo davanti alla Corte d’Assise presieduta da Orazio Muscato, con l’accusa di aver assassinato 30 anni fa Lidia Macchi, studentessa varesina di 20 anni, uccisa con 29 coltellate nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987.

Stefano Binda, 50 anni di Brebbia, ex compagno di liceo di Lidia, fu arrestato il 15 gennaio 2016 con l’accusa di essere assassino di Lidia. “Stefano è un barbaro assassino” è una delle frasi sotto accusa: per la pm Gemma Gualdi è una confessione. Ma la frase era scritta su una versione (e Binda dava ripetizioni) infilata in un’agenda datata 1986, un anno prima del delitto. Ed è stato lo stesso imputato ieri in aula a contraddire la pm quando ha asserito «Binda ha ammesso che quella fosse la sua grafia».

«Non è la mia scrittura»

È intervenuto, l’imputato, smentendo quest’affermazione: «Lo dissi subito, ed è a verbale, che non soltanto non fui io a scrivere quella frase ma che quella versione non mi apparteneva. Spiegai tutto al momento della perquisizione quando mi trovavo in un’altra stanza con un’agente e dalla mia camera arrivò una funzionaria con la versione in mano: dissi allora, e lo ripeto oggi, che quella non è la mia scrittura».

La versione di Lisia in questione è in effetti glossata: per Patriazia Esposito, codifensore di Binda con Sergio Martelli, ha ipotizzato che le glossature indichino una grafia femminile. Quindi non appartenente a Binda. Non è la prima volta che l’imputato interviene in aula per puntualizzare alcune affermazioni dell’accusa: Binda aveva già smentito la pm sull’origine del suo nickname utilizzato sul blog di Magre Sponde IdK, che per l’accusa significavano le Idi di marzo dove Cesare venne assassinato a pugnalate, mentre Binda ha spiegato in aula che quello era l’acronimo di I Don’t Know, letteralmente «non so – ha detto l’imputato – mi sembrava un gesto di modestia adeguato in un blog dove si discorre di letteratura».

Il botta e risposta

In aula ieri sono state ascoltate, a confronto, le due grafologhe che hanno analizzato la lettera “In morte di un’amica”: una per l’accusa, l’altra per la difesa. La prima che attribuisce la lettera anonima recapitata casa Macchi il giorno delle esequie di Lidia il 10 gennaio 1987 (che per l’accusa fu scritta dall’assassino o da qualcuno che del delitto sapeva molto), la seconda che smentisce la prima perizia. Per l’accusa Susanna Contessini la grafia di Binda possiede una «attitudine alla variabilità» in tutte le scritture e nello stesso tempo ha sue caratteristiche peculiari nella morfologia delle lettere, nell’“appoggio” sul rigo, nella pressione. «Mi sono meravigliata - dice - leggendo che la collega ritenga che uno rediga le prime due strofe, un secondo il restante e un terzo scriva l’indirizzo sulla busta»

Come se si trattasse di una «sgangherata bada di anonimi che procedono in ordine sparso». Ribatte l’esperta della difesa. «Non ho parlato di mani diverse, ma momenti diversi di scrittura. Nella consulenza Contessini sono state esaminate solo le analogie e non le differenze».

Nella sua testimonianza Stefano Varano, l’amico che avrebbe parlato alla superteste (come da lei detto in aula) Patrizia Bianchi di un complotto bresciano per assolvere Binda, ha smentito l’amica che ha riferito di avere appreso da lui di un complotto con la regia di tre avvocati di Brescia per scagionare Binda. Mai usata la parola complotto. Tutto un equivoco.

Infine con una istanza i legali di Binda, Patrizia Esposito e Sergio Martelli, hanno chiesto la revoca dell’ordinanza della Corte che stabiliva che l’avvocato di Brescia Piergiorgio Vittorini, nel caso che avesse deciso di parlare della persona che si era rivolta a lui come vero autore di “In morte di un’amica, avebbe dovuto rinunciare “in toto” al segreto professionale. La difesa chiede che il professionista possa testimoniare liberamente, avvalendosi del segreto professionale quando lo riterrà opportuno.

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