Seveso 2076, dalla tragedia Icmesa alla sfida del futuro: «La memoria deve diventare responsabilità»

Seveso 2076, dalla tragedia Icmesa alla sfida del futuro: «La memoria deve diventare responsabilità»
Inaugurata all’Università Cattolica di Milano la mostra dedicata ai cinquant’anni dall’incidente. Clerici guarda al 2076: «Dobbiamo capire cosa vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi». Delpini: «Ricordare non basta»

Cinquant’anni dopo l’incidente dell’Icmesa, Seveso torna a interrogarsi non soltanto sul passato, ma soprattutto sul futuro. È questo il filo conduttore di “Seveso 2076”, la mostra inaugurata all’Università Cattolica di Milano e visitabile fino al 31 ottobre.

L’esposizione nasce nel solco della memoria della tragedia ambientale del 1976, ma prova ad andare oltre la semplice ricostruzione storica. L’obiettivo è rileggere ciò che accadde, comprendere le trasformazioni avvenute nel mezzo secolo successivo e interrogarsi su ciò che quell’esperienza può ancora insegnare alle generazioni future.

Clerici: «Guardiamo a ciò che vogliamo lasciare»

A spiegare il senso dell’iniziativa è stato Stefano Clerici, direttore della Fondazione Lombardia per l’Ambiente. L’anniversario, secondo Clerici, non deve trasformarsi in una celebrazione fine a se stessa, ma diventare un’occasione per fare tesoro di ciò che è accaduto.

«È un’occasione per pensare a quello che abbiamo imparato da questi ultimi 50 anni, da quell’esperienza», ha sottolineato.

Da qui il significato del titolo della mostra, “Seveso 2076”: spostare idealmente lo sguardo un secolo dopo l’incidente e chiedersi quale eredità lasciare.

«È un’occasione per pensare e proiettarci al 2076, quindi a 100 anni dall’evento, per capire che cosa vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi», ha aggiunto Clerici.

Una prospettiva che trasforma la memoria in uno strumento per ragionare sulle conseguenze di lungo periodo delle scelte compiute oggi.

Frangi: «La reazione delle persone fece la differenza»

Sul ruolo delle persone si è soffermato Giuseppe Frangi, curatore della mostra. Di fronte a un’emergenza ambientale di portata eccezionale, la risposta non fu soltanto una questione di istituzioni e conoscenze scientifiche.

Frangi ha richiamato infatti «la reazione delle persone», il «senso di responsabilità» e la capacità di mettere insieme competenze differenti per comprendere la portata di quanto era accaduto.

Il percorso espositivo parte proprio dai protagonisti della vicenda e segue il filo delle esperienze, degli studi e delle ricerche che si sono sviluppati negli anni successivi. Un processo che ha contribuito a modificare non soltanto il territorio di Seveso, ma anche il modo in cui Italia ed Europa hanno affrontato le emergenze ambientali e la prevenzione dei rischi.

La vicenda dell’Icmesa diventa così una lente attraverso cui osservare mezzo secolo di cambiamenti: scientifici, istituzionali e sociali.

Delpini: «Ricordare non basta»

Sul valore della memoria si è concentrato l’intervento di monsignor Mario Delpini, arcivescovo metropolita di Milano e presidente della Conferenza episcopale lombarda.

La domanda posta da Delpini è più ampia: l’uomo è davvero capace di imparare dalla propria storia?

«Quella espressione che diceva “historia magistra vitae” non pare proprio che sia realistica», ha osservato, ricordando come l’esperienza possa lasciare un segno profondo, ma anche essere progressivamente dimenticata.

Da qui la necessità di distinguere il semplice ricordo dalla memoria intesa come assunzione di responsabilità. Per Delpini, la memoria autentica significa confrontarsi con ciò che è accaduto e scegliere come vivere il presente.

Una responsabilità che richiede «la libertà di chi interpreta la vita come una vocazione e la storia come una responsabilità».

Ecco perché, secondo l’arcivescovo, ricordare da solo non è sufficiente: «Non è detto che ricordare produca risultati se non c’è questo atteggiamento di vivere la vita come una vocazione e di vivere la storia come una responsabilità».

Sorlini: «La coesione ha permesso di ricostruire»

Un altro elemento centrale della riflessione riguarda la capacità di una comunità di reagire davanti a una crisi. Claudia Sorlini, vicepresidente di Fondazione Cariplo, ha sottolineato proprio il valore della collaborazione tra cittadini, istituzioni e mondo scientifico.

«Da un evento così grave come è stato il disastro di Seveso è possibile veramente uscirne ricostruendo tutto il territorio e lanciando dei messaggi molto importanti per tutti i 50 anni che sono venuti dopo», ha spiegato.

Secondo Sorlini, una delle chiavi di quel percorso è stata la capacità di fare sistema: «C’è stata la coesione tra la popolazione, le istituzioni, il mondo scientifico che hanno lavorato insieme e hanno trovato soluzioni».

Un passaggio particolarmente significativo considerando che, all’indomani dell’incidente, le conoscenze disponibili non erano sufficienti per affrontare una situazione di quella portata.

La lezione di Seveso, dunque, continua anche attraverso il lavoro sulla tutela ambientale. Sorlini ha ricordato l’impegno trentennale di Fondazione Cariplo su questi temi, dalla difesa dell’ambiente al cambiamento climatico fino al contrasto del degrado ambientale.

Dal 1976 al 2076, una memoria che guarda avanti

“Seveso 2076” propone così una prospettiva che va oltre la commemorazione. La tragedia dell’Icmesa resta il punto di partenza, ma il vero interrogativo riguarda ciò che le generazioni di oggi sapranno costruire a partire da quella esperienza.

La memoria diventa quindi conoscenza, la conoscenza responsabilità e la responsabilità una scelta per il futuro. Non soltanto per non dimenticare Seveso, ma per arrivare al 2076 con qualcosa di significativo da consegnare a chi verrà dopo.

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