Don Nicolò sospeso, il caso divide i fedeli: “Con i preti progressisti la Chiesa dialoga, con i tradizionalisti usa il pugno duro”

A Brusimpiano cresce il sostegno all’ex parroco. Molti vedono nella vicenda il simbolo di una Chiesa severissima verso chi difende la tradizione cattolica, ma molto più tollerante verso derive considerate ambigue

A Brusimpiano la sospensione di don Nicolò Casoni non viene letta soltanto come un provvedimento disciplinare. Per molti fedeli rappresenta invece il segnale di una frattura sempre più evidente dentro la Chiesa cattolica contemporanea.

Da una parte una Chiesa che, secondo tanti credenti, si mostra sempre più aperta, dialogante e persino indulgente verso sacerdoti dai profili teologici ambigui, ultra progressisti o apertamente in contrasto con la dottrina tradizionale. Dall’altra, una rigidità inflessibile nei confronti di chi invece rivendica con chiarezza identità cattolica, liturgia tradizionale e fedeltà alla messa antica.

Ed è proprio questo il sentimento che in queste ore emerge con forza tra chi continua a schierarsi dalla parte dell’ex parroco di Santa Maria Nascente.

Per la Curia milanese, don Nicolò avrebbe disobbedito alle disposizioni dell’Arcidiocesi celebrando messe non autorizzate, mantenendo rapporti con diaconi ordinati illecitamente e continuando a utilizzare il rito ambrosiano precedente al Concilio Vaticano II senza permesso. Elementi che hanno portato alla sospensione dal ministero sacerdotale e al divieto di permanenza nel territorio della Diocesi per cinque anni.

Ma fuori dagli ambienti ecclesiastici più istituzionali, la lettura è spesso molto diversa.

Per tanti fedeli don Nicolò non è un sacerdote “ribelle” nel senso ideologico del termine. Al contrario: viene percepito come un prete profondamente cattolico, rigoroso, legato alla liturgia, alla tradizione e a una concezione sacrale del sacerdozio che molti ritengono oggi sempre più marginalizzata nella Chiesa contemporanea.

Ed è qui che nasce il cortocircuito che alimenta il dibattito. Perché agli occhi dei suoi sostenitori appare paradossale vedere una Chiesa pronta a dialogare senza particolari sanzioni con sacerdoti che mettono in discussione dogmi, morale cattolica o identità ecclesiale, mentre nei confronti di chi celebra in latino o difende apertamente la tradizione venga utilizzata tutta la severità possibile del diritto canonico.

Una percezione che in ambienti tradizionalisti cresce da anni e che il caso di Brusimpiano rischia ora di amplificare ulteriormente.

Nessuno, infatti, mette realmente in dubbio la fede personale di don Nicolò. Nemmeno i suoi detrattori contestano scandali morali, problemi economici o comportamenti incompatibili con il sacerdozio. Il conflitto nasce quasi esclusivamente sul terreno dell’obbedienza ecclesiastica e della liturgia.

Ed è proprio questo che rende il caso così simbolico.

In paese il sacerdote continua ad avere estimatori sinceri. Molti ricordano un oratorio vivo, una comunità compatta, celebrazioni partecipate e un parroco presente. Qualcosa di molto diverso rispetto alla situazione attuale, con la chiesa semivuota, le celebrazioni ridotte al minimo sindacale e la vita comunitaria praticamente azzerata.

Anche il sindaco Fabio Zucconelli ha parlato pubblicamente di un rapporto positivo con don Nicolò e di una realtà parrocchiale che funzionava bene durante il suo ministero.

Nel frattempo, sui social e nei gruppi cattolici vicini alla tradizione, la vicenda viene seguita con crescente attenzione. Per molti, la sospensione di don Nicolò rappresenta l’ennesimo segnale di una Chiesa che sembra avere paura soprattutto di chi resta inequivocabilmente cattolico.