L’ospedale di Saronno conquista un importante riconoscimento nel panorama della ricerca scientifica internazionale. È stato infatti pubblicato sulla prestigiosa rivista Journal of Neurology uno studio coordinato dalla dottoressa Valeria Caso, direttore della Struttura complessa di Neurologia dell’ospedale cittadino, dedicato al ruolo del neurofilamento leggero (NFL) nel sangue come indicatore dell’evoluzione dell’ictus ischemico.
La ricerca, realizzata insieme ai dottori Lorenzo Barba, Michele Romoli e Markus Otto, rappresenta una delle più ampie e rigorose analisi mai condotte su questo biomarcatore e apre la strada a un possibile utilizzo nella pratica clinica quotidiana.
Uno studio internazionale con quasi 3.000 partecipanti
Il progetto ha coinvolto centri di ricerca e ospedali di Svizzera, Portogallo, Germania, Regno Unito e Thailandia, raccogliendo dati clinici, radiologici e biochimici di quasi 3.000 persone.
Gli studiosi hanno analizzato oltre 4.000 campioni di sangue provenienti da più di 2.800 partecipanti, tra pazienti colpiti da ictus ischemico, persone che avevano avuto un attacco ischemico transitorio (TIA) e soggetti sani.
L’analisi ha preso in considerazione diversi fattori, tra cui età e indice di massa corporea, valutando l’andamento del neurofilamento leggero nelle prime ore e nei giorni successivi all’insorgenza dei sintomi.
Il biomarcatore aumenta con il progredire del danno
I risultati hanno evidenziato come i livelli di neurofilamento leggero nel sangue aumentino in modo progressivo dopo un ictus ischemico.
Nei pazienti colpiti da ictus, il valore medio del biomarcatore è passato da 2,0 nelle prime 24 ore fino a 3,5 tra il quinto e il settimo giorno, confermando una crescita prevedibile e strettamente correlata all’evoluzione della malattia.
Secondo gli autori, questo andamento rende il neurofilamento leggero un indicatore particolarmente promettente per valutare precocemente la gravità dell’evento neurologico.
Uno strumento per migliorare diagnosi e prognosi
Lo studio ha inoltre dimostrato che livelli elevati di NFL già nelle prime 24 ore sono associati a un maggiore rischio di emorragia intracranica sintomatica.
Dal secondo giorno in poi, il biomarcatore mostra invece una forte correlazione con l’estensione della lesione cerebrale provocata dall’ictus ed è in grado di prevedere in maniera indipendente sia il grado di disabilità a tre mesi sia il rischio di mortalità.
«Abbiamo condotto una meta-analisi di grandi dimensioni su dati individuali dei pazienti, confermando che il neurofilamento leggero misurato nel sangue aumenta in modo prevedibile dopo un ictus ischemico», spiega la dottoressa Valeria Caso. «Il nostro obiettivo è trasformare questo biomarcatore da semplice strumento di ricerca a supporto concreto dell’attività clinica al letto del paziente».
Secondo la specialista, un semplice prelievo di sangue eseguito nelle prime ore dall’esordio dei sintomi potrebbe in futuro aiutare i medici a stimare il rischio di complicanze e l’entità del danno cerebrale, affiancando gli esami radiologici e migliorando la personalizzazione delle cure.
La ricerca proseguirà con nuovi studi per individuare un insieme sempre più completo di biomarcatori ematici in grado di rendere più rapida e accurata la diagnosi dell’ictus e di guidare le scelte terapeutiche.













