Per anni Sigfrido Ranucci ha costruito la propria immagine pubblica come quella del giornalista che non guarda in faccia nessuno. Il conduttore di Report è diventato il simbolo del giornalismo d’inchiesta, spesso severo, inflessibile, pronto a mettere sotto la lente imprenditori, politici e faccendieri. Un “fustigatore” del potere, per usare un termine caro a molti suoi estimatori.
Proprio per questo sorprende, e non poco, la vicenda emersa nelle ultime settimane.
Quando la Procura di Roma ha contestato a Valter Lavitola il ruolo di presunto mandante dell’attentato intimidatorio subito nell’ottobre 2025 dallo stesso Ranucci, la risposta del giornalista non è stata quella che molti si sarebbero aspettati.
«Lo considero un amico vero. Non avrebbe mai voluto fare del male a me e alla mia famiglia», ha dichiarato.
Parole che, naturalmente, attengono alla sfera personale e che nessuno può contestare. Le amicizie appartengono alla vita privata e non costituiscono di per sé motivo di censura.
La domanda, tuttavia, è un’altra.
È opportuno che il volto simbolo del giornalismo investigativo italiano intrattenga un rapporto di così stretta amicizia con una figura come Valter Lavitola?
Parliamo di un personaggio che, al di là della vicenda oggi al centro delle indagini – sulla quale varrà esclusivamente quanto accerterà la magistratura – porta con sé una storia giudiziaria e pubblica tra le più controverse degli ultimi decenni.
Il suo nome è stato associato ad alcuni dei capitoli più discussi della Seconda Repubblica: dalla vicenda della casa di Montecarlo di Gianfranco Fini, alla tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi, fino alla cosiddetta compravendita dei senatori, passando per la truffa sui contributi pubblici all’editoria e altre vicende per le quali ha riportato condanne definitive o definizioni processuali. È stato latitante per diversi mesi prima di rientrare in Italia nel 2012 e consegnarsi alle autorità.
Insomma, non un imprenditore qualsiasi. Non un conoscente occasionale. Ma una figura che, per anni, ha incarnato nell’immaginario collettivo il ruolo del “faccendiere” capace di muoversi nelle zone grigie tra politica, affari e potere.
Ed è qui che nasce l’interrogativo.
Il giornalismo d’inchiesta vive anche di credibilità.
Non basta essere imparziali: occorre apparirlo.
Per questo, negli anni, Ranucci ha chiesto conto ad amministratori, dirigenti pubblici, politici e imprenditori delle loro frequentazioni, delle loro relazioni e dei loro rapporti personali quando questi potevano ingenerare dubbi sull’indipendenza o sull’opportunità.
È dunque inevitabile che lo stesso metro venga oggi applicato anche a lui.
Non perché un’amicizia costituisca una colpa.
Ma perché chi fa della trasparenza il proprio tratto distintivo sa bene che la percezione conta quasi quanto la sostanza.
Naturalmente questo non significa mettere in discussione la professionalità di Ranucci né insinuare interferenze nel suo lavoro. Sarebbe un salto logico ingiustificato.
Significa però prendere atto di una contraddizione che difficilmente può passare inosservata.
Chi costruisce la propria autorevolezza sulla richiesta di rigore verso gli altri deve accettare che lo stesso livello di rigore venga richiesto anche nei propri confronti.
Vale per i politici.
Vale per gli imprenditori.
Vale per i magistrati.
E dovrebbe valere anche per i giornalisti.
Perché la credibilità non dipende soltanto da ciò che si racconta.
Dipende anche dalle relazioni che si scelgono di coltivare e dalla trasparenza con cui le si spiega al proprio pubblico.













