Varenne torna a Varese: la leggenda del “Capitano” in campo per salvare l’ippica

Varenne torna a Varese: la leggenda del “Capitano” in campo per salvare l’ippica
Dai Campi Elisi alle scuderie Olona, il mito del trottatore più famoso d’Italia rivive attraverso Giampaolo Minnucci. Una storia nata quasi per caso, tra un difetto fisico, un acquisto a scatola chiusa e un destino da campione

VARESE – Il “Capitano” è tornato in pista, per provare a dare una mano a un mondo che rischia di perdere uno dei suoi pezzi più importanti.

Lo spirito di Varenne, il trottatore diventato leggenda mondiale, è arrivato a Varese accompagnato dal suo inseparabile driver Giampaolo Minnucci. Dal 18 agosto il campione è idealmente ai Campi Elisi, mentre questa sera è prevista in consiglio comunale una manifestazione per tenere alta l’attenzione sul futuro delle scuderie Olona.

È un nuovo capitolo di una storia che sembra uscita da un romanzo. Perché Varenne non è stato soltanto un cavallo capace di vincere praticamente tutto. È stato un fenomeno popolare, un’icona dello sport italiano, un campione capace di trasformare il trotto in una storia da raccontare anche a chi di ippica non si era mai interessato.

Una leggenda che, per usare una metafora ormai entrata nell’immaginario di chi lo ha seguito, “ha camminato sulla Luna” ed è tornata sulla Terra per raccontare quello che aveva visto.

Una nascita nella notte più difficile

La storia del Capitano comincia il 19 maggio 1995, in una notte buia e tempestosa, nella tenuta di Zenzalino, nel Ferrarese.

Il maltempo era talmente intenso che il veterinario non riuscì a raggiungere la scuderia in tempo per assistere al parto. La nascita del futuro campione avvenne così con le sue indicazioni impartite al telefono al personale della tenuta.

Niente fanfare, dunque, per quello che sarebbe diventato uno dei più grandi trottatori di sempre.

Tra i suoi primi riferimenti c’era Sandro Viani, imprenditore milanese con una grande passione per i cavalli. Accanto a lui c’era il francese Jean Pierre Dubois, figura di primo piano del trotto internazionale, che contribuì alla crescita del puledro portandolo in Normandia, dove Varenne trascorse parte della sua giovinezza insieme ad altri cavalli destinati alle corse.

Quel difetto che poteva cambiare tutto

Eppure, all’inizio, nessuno avrebbe potuto essere certo che quel cavallo sarebbe diventato un fuoriclasse.

Varenne era nato con un problema che avrebbe potuto compromettere seriamente la sua carriera: un distacco cartilagineo, il cosiddetto “chip”, in prossimità del ginocchio.

Il rischio era concreto. Se quel frammento osseo si fosse spostato, il giovane cavallo avrebbe potuto non correre mai a livello agonistico e finire, nel migliore dei casi, in un maneggio.

Quando la notizia del problema iniziò a circolare nell’ambiente, l’interesse degli eventuali acquirenti si raffreddò rapidamente.

Poi arrivò il debutto.

La prima corsa e quella rimonta impossibile

Il 4 aprile 1998, a Bologna, Varenne scese in pista per la prima volta nel Premio Primavalle. Aveva appena compiuto tre anni ed era stato affidato allo svedese Roger Grundin, il suo primo driver.

L’esordio sembrò confermare tutte le perplessità.

In curva Varenne “ruppe”, cioè passò al galoppo, e venne immediatamente squalificato.

Ma quello che accadde dopo fece drizzare le antenne agli addetti ai lavori. Pur ormai fuori gara e partito dalle retrovie, il giovane cavallo si lanciò in una rimonta impressionante, arrivando a ridosso del vincitore.

La classifica diceva squalificato. La pista, invece, raccontava un’altra storia.

Quel cavallo aveva qualcosa di speciale.

L’assegno milionario e il dietrofront

Tra coloro che si accorsero delle sue potenzialità ci fu Pietro Bezzecchi, allenatore che decise di puntare sul giovane trottatore.

Arrivò un’offerta importante, con un assegno milionario. L’affare sembrava fatto.

Poi arrivarono le visite veterinarie.

Gli accertamenti confermarono il problema fisico e l’ipotesi di un intervento chirurgico presentava troppe incognite, sia per il risultato sia per i tempi di recupero. Bezzecchi decise quindi di restituire il cavallo ai proprietari, subordinando la decisione al parere dei veterinari.

Anni dopo, avrebbe ricordato quell’episodio senza rimpianti, spiegando di aver semplicemente fatto ciò che riteneva più giusto sulla base delle informazioni disponibili in quel momento.

Ma una cosa gli era rimasta impressa: aveva capito di trovarsi davanti a un cavallo eccezionale.

Quando il destino cambiò direzione

A quel punto entra in scena l’uomo che avrebbe cambiato per sempre la storia di Varenne: Enzo Giordano.

Napoletano, agente di cambio, grande appassionato di cavalli e proprietario di una piccola scuderia gestita insieme alla moglie, Giordano viene descritto come un uomo d’altri tempi: elegante, riservato, garbato e poco incline alle parole.

Varenne gli era stato proposto proprio da Giampaolo Minnucci.

La prima volta, però, Giordano disse di no.

Anche perché c’era un ulteriore ostacolo: la sua avversione per gli aerei rendeva complicati gli spostamenti e gli impediva persino di andare personalmente a vedere il cavallo.

Varenne, in realtà, Giordano non lo aveva mai visto.

Il suo sarebbe stato un autentico acquisto sulla fiducia.

“Il nome Varenne mi suona buono”

Minnucci ci riprovò.

Forse i proprietari iniziavano a temere che quel difetto fisico rendesse impossibile trovare un compratore disposto a scommettere sul puledro.

Alla seconda telefonata, però, qualcosa cambiò.

Giordano decise di acquistare Varenne.

Quando gli chiesero il motivo di quella scelta, l’uomo che non amava sprecare parole rispose con una frase diventata parte della leggenda:

“Il nome Varenne mi suona buono”.

E sul problema cartilagineo ragionò con una semplicità quasi disarmante: se quel frammento non si era spostato fino a quel momento, perché avrebbe dovuto farlo proprio dopo l’acquisto?

Era il genere di scommessa che può sembrare folle prima di una grande impresa e geniale dopo.

180 milioni di lire per il futuro Capitano

Varenne venne acquistato per 180 milioni di lire.

La leggenda vuole che, per andare a concludere l’affare, Minnucci abbia nascosto parte del denaro, tra contanti e assegni, addirittura nelle proprie mutande.

Un investimento che si sarebbe trasformato in una delle operazioni più fortunate della storia dell’ippica.

Perché quel cavallo destinato a essere scartato per un difetto fisico sarebbe diventato il “Capitano”, il “Figlio del Vento”, il dominatore assoluto delle piste.

In carriera Varenne ha conquistato premi per oltre sei milioni di euro. Ma la sua storia economica non si è fermata con il ritiro dalle corse: durante la lunga carriera da stallone, le sue monte hanno raggiunto cifre elevatissime, fino a 15mila euro, con oltre duemila figli e numerose vittorie ottenute dalla sua progenie.

Un successo sportivo diventato anche un patrimonio economico di dimensioni straordinarie.

Il patrimonio di tutti gli italiani

Ma i numeri, per quanto impressionanti, raccontano solo una parte della storia.

Perché Varenne è diventato qualcosa di più di un campione.

È diventato un simbolo.

Il legame con Enzo Giordano fu fin dall’inizio particolare. Il proprietario arrivò a definirlo “un patrimonio dell’Italia e degli italiani”, una definizione che fotografa bene quanto il cavallo fosse ormai entrato nell’immaginario collettivo.

C’è un episodio che racconta meglio di molti altri il rapporto tra i due.

Il giorno delle nozze di Giordano, Varenne era impegnato all’ippodromo di Agnano, una pista particolarmente significativa per il suo proprietario. Giordano non poté assistere personalmente alla corsa e affidò a una persona di fiducia il compito di seguirla.

Poi, durante il pranzo di nozze, arrivò una telefonata.

Il fresco sposo si allontanò dagli invitati per rispondere. Poco dopo tornò in sala con gli occhi lucidi e le lacrime sul volto.

Varenne aveva vinto.

E quella vittoria, per Giordano, sembrava quasi un regalo arrivato direttamente dalla pista.

Ora il Capitano corre per Varese

È anche attraverso storie come questa che oggi Varenne torna a parlare al mondo dell’ippica.

Non corre più, ma continua a rappresentare l’idea che dietro un cavallo possa esserci molto più di una gara: una storia, una comunità, un patrimonio da difendere.

A Varese il suo nome è arrivato insieme a Giampaolo Minnucci, proprio mentre si discute del futuro delle scuderie Olona.

Questa sera il tema approderà in consiglio comunale, con una manifestazione pensata per mantenere alta l’attenzione sulla necessità di salvaguardare una realtà storica dell’ippica varesina.

Il Capitano, stavolta, non dovrà battere nessun avversario sul traguardo.

La corsa è un’altra: salvare un pezzo di storia dell’ippica e impedire che Varese perda per sempre le sue scuderie.

Aggiungi La Provincia di Varese tra le fonti preferite su Google