Ogni anno, quando gennaio si fa più rigido e la nebbia avvolge i rioni, a Varese e in gran parte della provincia si accendono i falò di Sant’Antonio Abate. Non è un semplice appuntamento folkloristico: è il segno visibile di un legame profondo, stratificato nei secoli, tra la comunità locale, il territorio e la figura del santo eremita.
Sant’Antonio Abate, vissuto tra il III e il IV secolo in Egitto, è tradizionalmente considerato il protettore degli animali domestici, delle stalle, dei raccolti e, più in generale, del mondo rurale. In una terra come quella varesina – per secoli segnata dall’agricoltura, dall’allevamento e dalla vita di cascina – la sua figura ha trovato terreno fertile. Non è un caso che, ancora oggi, molte chiese e cappelle della zona gli siano dedicate e che il 17 gennaio sia una data fortemente sentita.
Il rito del falò, che accompagna la festa del santo, affonda le sue radici in tradizioni molto antiche, precedenti persino al cristianesimo. Il fuoco, simbolo di purificazione e rinascita, serviva a “scacciare” il freddo, le malattie e le forze negative dell’inverno. Con il tempo, questa usanza è stata assorbita dalla devozione cristiana e associata a Sant’Antonio Abate, diventando parte integrante della sua celebrazione.
A Varese, come in molti comuni del territorio, la preparazione del falò è un momento comunitario: famiglie, associazioni, parrocchie e quartieri si organizzano per raccogliere legna, allestire il rogo e animare la serata con canti, benedizioni e momenti conviviali. Non è solo un rito religioso, ma un’occasione di aggregazione che rafforza il senso di appartenenza alla comunità.

C’è poi un aspetto simbolico che spiega la persistenza di questa tradizione. Il falò di Sant’Antonio rappresenta una soglia tra passato e presente: mentre il mondo cambia e si urbanizza, Varese continua a riconoscersi in gesti antichi, capaci di unire generazioni diverse. Attorno al fuoco si ritrovano bambini, giovani e anziani, in un rituale che tramanda memoria e identità.
In questo intreccio di fede, storia e cultura popolare sta il cuore della devozione varesina a Sant’Antonio Abate. Una devozione che non è solo preghiera, ma racconto collettivo, radicato nel paesaggio e nella vita quotidiana di un territorio che, pur proiettato verso il futuro, non dimentica le proprie origini.
Petizion a Sant’Antoni
Dal canzoniere Bosino
(Parole di G. Broggi – Musica di L. Luoni)
Sant’Antoni d’or porscell,
famm trovà anca mì quell
che ma portara a l’altar,
on bell spos, propri trequal.
Tucc i ann par ra tò festa
vegni su con ‘na modesta
ma precisa petizion
ra mè offerta e i orazion.
Son mia bruta, gò quaicoss
son on pò minudra d’oss
par ol rest son ben forniva
e gò ‘na schirpa regordiva.
Ti ma parat dur d’oregia,
on pò anmò diventi vegia
su decidat fa quaicoss
sa da nò ma scioppa ‘l goss.
Sant’Antoni generos
ha trovà anca mì ‘l spos
seri, onest e anca bell
e par gionta al gà on quai ghell.
Ta ringrazi e fò promessa
da sentì sempar ra Messa
e da difend ra tradizion
dor falò, i pesitt e i nost canzon.













