Binda va in Cassazione: «Scarceratemi». E intanto pensa agli affreschi del borgo
La lettera “In morte di un’amica” fu spedita da Casbeno per Casbeno

Binda va in Cassazione: «Scarceratemi». E intanto pensa agli affreschi del borgo

L’uomo accusato di aver ucciso la studentessa fa ricorso: trenta giorni per decidere. Indagine in una fase delicata. Scoperto l’ufficio postale da cui fu spedita la lettera

VARESE - Stefano Binda, l’uomo arrestato dieci giorni fa per l’omicidio della studentessa Lidia Macchi, avvenuto 29 anni fa, ha presentato, tramite il suo legale, un ricorso con cui chiede alla Cassazione la scarcerazione. Da quanto si è saputo, l’ex compagno di liceo della ragazza ha rinunciato a chiedere la revoca della misura cautelare al tribunale del riesame di Milano e ha preferito ricorrere alla Suprema Corte, puntando su un giudizio di insussistenza delle tre esigenze cautelari contestate: il pericolo di fuga, quello di inquinamento probatorio e quello di reiterazione del reato. In questo modo i giudici della Cassazione, che hanno 30 giorni di tempo per decidere, non dovrebbero entrare, più di tanto, nel merito delle accuse.

«Non abbiamo tutti gli elementi»

Un percorso più lungo e più rischioso di un Riesame, ma Sergio Martelli, legale di Binda, ieri mattina ha confermato: «Non faremo il Riesame perché supponiamo di non avere ancora tutti gli elementi necessari per poter confutare gli indizi di colpevolezza contestati al mio assistito». Lasciando così intendere che il legale si stia impegnando in una serie di indagini difensive da mettere agli atti. «Purtroppo – ha aggiunto – non abbiamo gli stessi mezzi della procura». Nell’ordinanza di custodia cautelare a carico di Binda, eseguita venerdì 15 gennaio si cita del resto un solo testimone che avrebbe confermato l’alibi del quarantanovenne di Brebbia che agli inquirenti, 29 anni fa, aveva dichiarato di essere stato in vacanza a Pragelato il 5 gennaio 1987, quando Lidia fu stuprata e uccisa.

«Senza convinzione»

Un teste sui quaranta sentiti, che avrebbe ricordato «ma senza particolare convinzione» scrive il giudice per le indagini preliminari. «Non ascolteremo quel teste per il momento», ha aggiunto Martelli che ieri mattina ha fatto visita a Binda ai Miogni. «È sereno – ha detto il legale – Ha ribadito di non essere il colpevole e di essere fiducioso nel fatto che la verità verrà fuori scagionandolo completamente». Poi curiosamente Binda e il legale hanno parlato «dei nuovi affreschi visibili al Sacro Monte che ho recentemente visitato. Si è mostrato molto interessato».

Le indagini, nel frattempo, proseguono nel massimo riserbo. L’inchiesta sarebbe entrata in una fase delicata. Gli uomini della squadra Mobile, coordinato dal sostituto pg di Milano Carmen Manfredda, che due anni fa ha avocato il fascicolo, stanno interrogando tutti gli amici di Lidia e di Binda prelevando il Dna di ciascuno. L’obiettivo è quello di confrontarlo con quello ricavato dal francobollo affrancato alla busta contenente la lettera anonima “In morte di un’amica” recapitata alla famiglia Macchi il 10 gennaio 1987, giorno dei funerali di Lidia. Lettera che per gli inquirenti è stata scritta da Binda e rappresenta una sorta di confessione del delitto. Il Dna ricavato dal francobollo non appartiene a Binda.

Ha sempre vissuto a Brebbia

La lettera inoltre è stata spedita da Casbeno a Casbeno. Cioè dall’ufficio postale di Casbeno alla casa dei Macchi che hanno sempre vissuto in quel rione. Chi l’ha imbucata? Binda ha sempre vissuto a Brebbia. La scelta di Casbeno era per dare meno nell’occhio? Per depistare? O per essere certi che quella missiva arrivasse a casa dei Macchi proprio il giorno dei funerali? La possibilità di riesumare il cadavere di Lidia, infine, rimane lontana. Gli inquirenti stanno cercando di raccogliere elementi probatori risparmiando alla famiglia Macchi questo doloroso passaggio.


© RIPRODUZIONE RISERVATA