Clamoroso al Processo Uva Il supertestimone si contraddice
Alberto Biggiogero, testimone chiave delle parti civili, durante l’interrogatorio di ieri

Clamoroso al Processo Uva
Il supertestimone si contraddice

Udienza fiume al dibattimento: il teste chiave Alberto Biggiogero ascoltato per sei ore. Le sue parole su quella notte: «Ero dignitosamente brillo ma ricordo la grande paura»

VARESE - «Eclatanti contraddizioni». Così il pubblico ministero e procuratore di Varese Daniela Borgonovo ha riassunto la testimonianza fiume di Alberto Biggiogero, il testimone chiave nel caso della morte di Giuseppe Uva, ascoltato in aula ieri per circa sei ore in aula, davanti alla corte d’assise presieduta da Vito Piglionica.

Al centro della foto, Lucia Uva

Al centro della foto, Lucia Uva
(Foto by Varese Press)

Biggiogero ha anche accusato un malore, ma è stato dichiarato in buona salute da un medico fatto arrivare in aula. Ma ha più volte parlato di uno stato “psicofisico” precario. Tanto che Fabio Schembri, avvocato difensore, ha sollevato il dubbio sulla sua “capacità di testimoniare”, chiedendo se non fosse il caso di fare verifiche sulla sua capacità di “esserci”.
Sul banco degli imputati sei poliziotti e due carabinieri accusati di vari capi di imputazione, tra cui l’omicidio preterintenzionale dell’artigiano morto a 43 anni il 14 giugno 2008.
Si parte dallo stato in cui Biggiogero si trovava in quella drammatica notte: «Ero dignitosamente brillo». E si arriva alla notte tra il 13 e il 14 giugno 2008. La notte in cui Biggiogero e Uva furono fermati in via Dandolo ubriachi, mentre spostavano transenne sulla strada. «Ululavamo» ha ammesso lo stesso teste. E arrivò «una gazzella dei carabinieri – ha spiegato Biggiogero spiegando che uno dei due militari scendendo disse – Uva proprio te stanotte cercavo. Adesso sono c…i tuoi».
E qui iniziano le contraddizioni. Biggiogero ha detto che di colpo la paura lo ha reso sobrio. «Uno dei due aveva riconosciuto Beppe», ha spiegato. E all’accusa è venuto il dubbio che in quell’affermazione vi fosse un sottinteso. Collegato al movente sostenuto dalla parte civile. E cioè che Uva avesse avuto una relazione con la moglie di quel carabiniere. E Borgonovo dice: «Paura perché Uva era stato riconosciuto? Ma Giuseppe Uva era noto, notissimo – ha detto la pm facendo riferimento al fatto che l’artigiano era noto alle forze dell’ordine per le sue intemperanze – Lo conoscevano tutti».
Biggiogero ieri, tra l’altro, ha anche parlato sul movente non confermando, però, che l’amico di gli avesse detto di aver avuto una storia con la moglie di un preciso carabiniere. È stato più generico: «Mi disse un carabiniere, ma mi disse chi fosse».

L’aula del processo Uva

L’aula del processo Uva
(Foto by Varese Press)

E ancora, come riassume Borgonovo al termine della ricostruzione di quella notte: «Quindi ciò che lei davvero vide fu un carabiniere far cadere a terra Uva e poi scaraventarlo in auto. Quindi sentì delle grida in caserma. Questo è quanto». E l’accusa incalza: «Nella sua denuncia lei disse di aver visto calci, pugni, un pestaggio violento sulla strada. C’è una discrepanza considerevole con quello che dice oggi». Mentre il presidente Piglionica ha in due occasioni sottolineato: «Signor Biggiogero, lei è sotto giuramento. Le ricordo che la falsa testimonianza è un reato».
In udienza sono emersi anche dettagli sui rapporti tra Giuseppe Uva e la sorella Lucia, parte civile nel processo e fervida sostenitrice delle accuse alle forze dell’ordine. Biggiogero li ha definiti ottimi. Poi ha ammesso: «Si erano querelati tra loro. Beppe mi aveva detto che non si parlavano. E sì, mi ha raccontato di essere stato preso a martellate da Lucia».
E sempre il pubblico ministero ha chiarito chi avesse parlato a Biggiogero di fratture sul corpo di Uva: «Fratture inesistenti», ha detto Borgonovo. E Biggiogero ha risposto: «Lucia Uva».


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