Fai la cavia in Ticino? Prendi mille franchi

Tanti nomi di varesini nel registro per la sperimentazione dei farmaci. Si lavora due giorni e si arrotonda. Più uomini che donne, tra i candidati molti studenti. No ai disoccupati: «Non sono liberi di scegliere»

Cavie umane per mille franchi: succede in Canton Ticino, e tra i primi “frontalieri” della sperimentazione dei farmaci ci sono i varesini. «In Italia è vietato. Perché è un messaggio culturale negativo, che svilisce i gesti di solidarietà» fa notare Mario Picozzi, docente di bioetica all’università dell’Insubria. Ci sono molti nominativi di persone residenti in provincia di Varese tra i 200 contenuti nel registro conservato

nella sede dell’Ufficio del Farmacista Cantonale di Mendrisio. È lì che vengono segnalate le “cavie umane”, che per un cachet standard che si aggira attorno ai mille euro (per due giorni di sperimentazione in una clinica oltre frontiera) ma che può arrivare fino ai tremila euro nei casi di studi più complessi, accettano di sottoporsi alla sperimentazione di farmaci ancora in fase di test.

Per il 90% le “cavie” provengono dalla Lombardia, in primis dalle province di Milano, Varese e Como, anche perché una regola dei centri che offrono questo tipo di opportunità (attualmente solo la Cross di Arzo, in Ticino) prevede che chi viene selezionato per le sperimentazioni debba risiedere nel raggio di 50-100 chilometri, per un maggior controllo in caso di effetti collaterali.
Per il 75% si tratta di uomini, soprattutto studenti universitari, mentre il Comitato etico, che vaglia e disciplina i test, rifiuta persone disoccupate, in quanto «la sua condizione non gli consente di essere libero di scegliere», come dichiara al Corriere , presidente del Comitato etico.
Il “rimborso” attrae sempre più frontalieri delle sperimentazioni, anche perché in Italia è una pratica vietata dalla legge. «Il corpo non ha confini, e c’è anche chi vende i propri organi per denaro – allarga le braccia il professor, docente di bioetica all’università dell’Insubria di Varese – Si tratta una questione molto dibattuta. Ci sarebbero dei vantaggi dal punto di vista scientifico se chi si sottopone a questi test fossero persone per certi versi “professionalizzabili”, perché sarebbero continuamente controllati e potrebbero essere sottoposti a diete specifiche, con tutta una serie di vantaggi per l’accuratezza delle sperimentazioni».
«Ma quello che fa discutere sono i risvolti di tipo umano e morale. Perché qui non è solo un afflato verso l’umanità che porta a fare le “cavie”, ma anche motivi strettamente economici». Ecco che, prosegue nel suo ragionamento il professor Picozzi, si pongono due tipi di problematiche di carattere etico.
«Da un lato, il fatto di spalmare l’eventuale rischio su più persone, che utilizzano questi farmaci, diminuisce in proporzione il rischio sul singolo individuo. Dall’altro, una simile pratica fa venir meno, alla lunga, la solidarietà e i legami tra le persone, perché fa arrivare a ritenere che tutto abbia prezzo e nulla abbia valore».

È questa sorta di “commercializzazione” di un gesto volontario il rischio più pericoloso, secondo Picozzi: «È un messaggio culturale negativo – sostiene il docente di bioetica – da noi questa pratica è vietata perché c’è il rischio di una discriminazione, nei confronti di chi potrebbe sottoporsi a questi test solo per un bisogno economico, mentre chi può evita. Ma anche ove fosse una scelta pienamente libera e consapevole, a questo punto nessun gesto verrebbe fatto per il bene della comunità, ma solo in prospettiva di una ricompensa economica».
Per allargare il raggio del ragionamento, si potrebbe arrivare a prefigurare che anche la donazione del sangue finirebbe per essere remunerata. «Oggi chi dona all’Avis ha un rimborso delle spese vive, ma non ottiene un corrispettivo per la quantità di sangue che si fa prelevare. Se così non fosse, tutto diventerebbe un grande mercato».